Seconda puntata con le biografie straordinarie di canari singolari, per ognuno dei quali è stato possibile ottenere un ritratto grazie agli storici dell’epoca che ne trascrissero le gesta e agli studiosi moderni che, con pazienza e dedizione, hanno recuperato quegli scritti.

Dopo aver letto delle mirabolanti fughe di Aguaciche e dello straordinario spirito patriottico dello Schindler Guanche, non si può non rimanere affascinati dalla vita di Alí El Canario, la cui storia parla di come sia possibile trasformare un destino avverso, miserabile e sfortunato in una invidiabile ascesa al successo e al potere.

Protagonista è Simon Romero, umile pescatore di Gran Canaria che viveva con la sua famiglia a Triana; nel 1655, all’età di 15 anni, Simon venne catturato niente meno che dai corsari algerini.

A quel tempo i pescatori erano facili prede per pirati e corsari, a causa delle povere imbarcazioni con cui si avventuravano in mare e della scarsa preparazione alla difesa; una volta catturati, essi venivano derubati di quel poco che avevano e venivano quindi venduti come schiavi.

Insomma, ben pochi tornavano a casa propria.

Ma la storia di Romero fu differente, come racconta il professore di storia dell’arte presso la ULPGC Luis Alberto Anaya Hernandez; il pescatore, dopo essere stato catturato e venduto come schiavo, venne dal suo padrone istruito per diventare a sua volta un pirata.


Per convenienza e perché costretto, Romero nel 1659 negò la propria fede diventando musulmano e cambiando il nome in Alí; ben presto egli fu in grado di comprare la propria libertà e costruire la propria nave con la quale portare avanti la sua, benché illegale, professione.

Romero fu un esempio di imprenditorialità vincente: egli non solo riuscì a sopravvivere a dispetto della giovane età in una situazione di grande pericolo, ma sfruttò tutte le occasioni a sua disposizione per diventare un personaggio famoso e rispettato.

Egli a sua volta catturò diversi prigionieri, soprattutto canari, ma anche italiani, portoghesi e spagnoli, fino a essere insignito del titolo di Almirante de las Galeras Argelinas e di ambasciatore alla corte di Mehmed IV a Istanbul, dove egli suggerì al sultano la conquista di Orán, poi finita in mano spagnola.

Simon alias Alí, dopo aver accumulato fortune e successi, non dimenticò le sue umili origini, e aiutò i canari in difficoltà, pagando i riscatti delle loro prigionie o prestando loro denaro senza interessi.

Le dichiarazioni dei prigionieri salvati, la sua singola corrispondenza con il vescovo delle Canarie Bartolomé García Ximénez e altri documenti del Santo Oficio, documentano la sua immensa generosità.

Infine, l’ultimo singolare ritratto di un personaggio storico dalla vita particolarmente avventurosa, è quello di Diego Correa, soprannominato il Jason Bourne lagunero in riferimento alla trama convulsa e aneddotica della sua biografia.

Diego Correa, le cui vicissitudini sono note grazie all’opera monumentale del professor Manuel Hernández González, nacque a La Laguna il 13 novembre del 1772, dal matrimonio dell’orafo Gorbalan Correa con Maria Josefa de Guzman.

Condusse un’infanzia umile, con 5 fratelli, e l’impossibilità di frequentare scuole secondarie per ovvi problemi economici non gli impedirono di ottenere dei riconoscimenti per la sua intelligenza e applicazione negli studi.

Diego apprese il mestiere del padre, dimostrando grande abilità, e all’età di 18 anni sposò Maria del Pilar Botino, suscitando nella cittadina grande sorpresa, sia per l’età della sposa, che all’epoca aveva 29 anni, sia per la sua posizione sociale, molto più elevata di Diego.

Ma il Bourne canario eccelleva, oltre che in intelligenza e maestria, in fisicità: alto quasi due metri, dotato di una forte corporatura, egli era coraggioso e spavaldo.

Ben presto egli entrò nelle milizie, dove si distinse durante la battaglia contro Nelson del 1797 per le sue eroiche imprese, meritando le lodi del generale Gutierrez.

Nel 1803 divenne guardia superiore dei monti di Tenerife ed entrò nella Junta Suprema de Canarias, dove combatté contro l’invasione francese e nella Guerra di Indipendenza; nel 1808 si trasferì in Spagna e due anni più tardi cominciò a scrivere la parte più fantasiosa della propria vita, diventando un vero agente segreto.

Ad aprire la strada di spia a Diego fu il segretario di Stato Eusebio Bardaxi, che gli propose una missione segreta in grado di cambiare il corso della storia spagnola, europea e americana: assassinare niente meno che Napoleone Bonaparte.

Il piano prevedeva che Diego si trasferisse a New York dove avrebbe assunto un’altra identità, con la quale recarsi a Parigi per mettere in atto l’omicidio di Napoleone, in quella che venne definita l’operazione El Velloncino de Oro.

Correa lasciò la Spagna con 5.500 pesos e l’ambasciatore spagnolo negli Stati Uniti coprì le spese di viaggio e di soggiorno, procurandogli ulteriori fondi per la permanenza a New York

Per oltre due anni Correa utilizzò falsi nomi come Cumberland o Antonio Gorbalán, si unì alla Massoneria, prese contatti con i movimenti rivoluzionari dell’America latina informando dei suoi movimenti le Corti di Cadice, senza mai perdere l’occasione per distinguersi per le sue azioni.

Molto discreto e abile a confondersi nella folla, gli storici riportano di lui, oltre alla pianificazione dell’avvelenamento di Napoleone, gli scritti inviati con lo pseudonimo Il nemico dei tiranni.

Agli inizi del 1813 fu a Cadice, un anno dopo a Ceuta per una missione legata alla Camera dei Comuni britannica.

Visse diversi anni a Londra con gli esiliati spagnoli e intrattenne legami stretti con la Massoneria; nel 1821 si trovò a Cuba, per partecipare attivamente agli intrighi e agli scismi della Massoneria e due anni dopo tornò a Madrid.

Rimase in Spagna diverso tempo occupando varie posizioni, fino a quando nel 1836 venne inviato nelle Filippine, dove il 10 giugno del 1846 a Manila morì, chiudendo per sempre un’esistenza degna di un romanzo di John le Carré.

di Ilaria Vitali