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    La millenaria cultura dell’acqua delle Canarie

    La millenaria cultura dell’acqua delle Canarie

    di Bina Binella

    Una lunga evoluzione storica ha generato in ogni isola dell’arcipelago una straordinaria cultura dell’acqua tramandata e sviluppatasi fino ai giorni nostri.

    Già in epoca pre conquista i Guanches non rimasero con le mani in mano e realizzarono i primi preziosi pozzi di approvvigionamento nonché rudimentali canali idraulici di raccolta delle acque piovane, poi utilizzati e ampliati dai coloni che arrivarono sull’isola.

    La suddivisione delle terre tra i coloni avvenne infatti con la logica della presenza dell’acqua e le prime case e fincas sorsero là dove l’approvvigionamento risultava più semplice.

    Inizialmente libera, l’acqua venne poi regolamentata con apposita legislatura e la creazione di un sindaco dell’acqua che doveva risolvere ogni eventuale conflitto.

    Per misurare correttamente il flusso d’acqua vennero inventate soluzioni ingegnose come le bilance ad acqua e singolari unità di misura di riferimento come le casse o scatole d’acqua.


    Le scatole d’acqua in particolare furono un’invenzione del XVIII secolo quando venne richiesta una maggior precisione nella misurazione dell’acqua da destinare a ogni proprietario terriero.

    L’acqua, proveniente direttamente dalla fonte, veniva convogliata in canali che raggiungevano nel percorso verso valle una particolare costruzione chiusa, dotata di bocchette laterali che ne permettesse l’uscita verso il successivo tratto di canale idrico fino alla successiva scatola.

    Le bocchette erano poste in modo da garantire a tutti l’equa disponibilità d’acqua.

    Un autentico sistema idrico perfettamente efficiente, sostituito poi con sistemi moderni ma facente parte del patrimonio culturale canario.

    Su Gran Canaria sono presenti 500 scatole d’acqua ed è proprio sull’isola che agli inizi del XVI secolo si decise la costruzione di miniere di raccolta delle acque che per effetto di gravità vi convogliavano direttamente dai numerosi barrancos.

    Le miniere richiedevano un lavoro immane di scavo, rinforzo delle pareti e dei soffitti e precisi calcoli delle pendenze; a Gran Canaria sono ancora presenti 70 miniere soprattutto negli anfratti del sud est e sud ovest, la più famosa è la Tejeda.

    Parallelamente vennero costruite delle gallerie, simili alle miniere, che avevano la funzione di raggiungere direttamente le falde acquifere naturali.

    Da 1 a 2 metri di larghezza per 2 di altezza, le gallerie arrivano fino a notevoli profondità e nell’intero arcipelago ve ne sono più di 1500, il 63% delle quali a Tenerife.

    Frequenti sono i pozzi, nati per uso domestico e poi diventati il centro di una nuova cultura di mestieri inerenti a opere idrauliche (mastri muratori, scavatori, meccanici per le pulegge, fabbri).

    È alla fine del XX secolo, con l’impoverimento delle falde acquifere, che si rese necessario studiare nuove alternative come la desalinizzazione dell’acqua di mare.

    Le Canarie sono una delle regioni al mondo che per prime hanno dissalato l’acqua del mare, a partire soprattutto dagli anni ’70 con la tecnica dell’osmosi inversa.

    Oggi l’arcipelago è la comunità autonoma con la maggior produzione di acqua dissalata, che rappresenta il 40% dello Stato.

    La cultura dell’acqua non solo ha lasciato un segno profondo nella storia, nella geografia e nella tecnologia ma anche nel linguaggio, nei nomi dei luoghi, nella medicina popolare fino ad arrivare alla visione cosmica e alle credenze religiose.

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