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    Strade di Tenerife: ma chi le ha fatte?

    loquelaspiedrascuentan.blogspot.comStrade di Tenerife: ma chi le ha fatte?

    di Bina Binella

    Le antiche strade che collegano le città di Tenerife, alcune oggetto proprio oggi di polemiche per l’incuria in cui versano, hanno una storia antica quanto la popolazione che per prima abitò l’isola.

    Dall’epoca post conquista in poi le strade principali erano chiamate strade reali mentre tutte le altre assumevano il nome dell’utilizzo che ne veniva fatto o del luogo in cui portavano.

    Vi erano quindi strade agricole, strade forestali, strade di allevamento e strade di vicinato.

    Alcune strade attraversavano territori privati e spettava al proprietario della finca concedere o meno il passaggio pubblico.

    Non fu facile in realtà collegare i vari villaggi e paesi tra di loro, passando tra canyon, scalando montagne, aggirando barrancos.

    La creazione delle prime strade dovette tener conto di carri e bestiame e quindi le dimensioni e la resistenza del fondo divennero criteri fondamentali.


    Molte strade vennero via via migliorate con muri contenitivi e pietre o ciottoli di base per facilitare una circolazione più agevole e, in molte situazioni, più sicura.

    Ciò che è sorprendente è che molte strade comunali di Tenerife sono state costruite su vecchi cammini costruiti e utilizzati dai Guanches, come il tratto che va da El Palmar a Buenavista, o quello che sale a La Orotava e a La Victoria.

    L’avvento delle opere di miglioria per mano di scalpellini e operai, rese le strade dei veri e propri centri nevralgici di ritrovi comuni.

    In antichi documenti sono riportate le testimonianze di viaggiatori che amavano soffermarsi nelle prime ore del mattino in prossimità delle strade principali per osservare il passaggio della gente di paese, studiandone stile di vita e abitudini.

    Gli abitanti dei villaggi scendevano dalle montagne all’alba per portare i loro prodotti ai mercati di paese mentre i pastori risalivano i pendii con le merci arrivate via mare recuperate nei porti.

    I fornai si affrettavano con ceste colme di pane appena cotto e gli asini indugiavano in fila indiana carichi di borse pesanti.

    Tra polvere e fango quando pioveva, le strade brulicavano di vita, di storie ma anche di morte.

    Ancora oggi sono visibili i resti di una strada conosciuta come Camino de Los Muertos, che partiva da Taborno, passava per Afur fino ad arrivare a Taganana.

    Questa era la strada utilizzata per portare i morti di tutta la zona al cimitero di Taganana.

    Alcune strade si resero invece famose per il numero di morti che causarono per le loro caratteristiche.

    Una in particolare che portava a San Andres, includeva una serie di ripide salite e discese precipitose, tanto che vennero collocate in corrispondenza dei tratti più a rischio delle croci di legno, sia come segnale di pericolo, sia in ricordo di chi, proprio lì, si ruppe l’osso del collo.

    La Corona decise di dare una regolamentazione alla costruzione di nuove strade, partendo dalla larghezza minima necessaria che doveva essere pari almeno a una soga toledana (una corda di circa 7 metri), dalla recinzione obbligatoria su entrambi i lati in caso di pendii e anfratti fino al percorso a zig zag per diminuire l’eccessiva pendenza.

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