L’Europa affonda nei controlli alle frontiere

Il personale non basta, le macchine sono sovraccariche e, soprattutto, le code invadono ogni spazio, compresa l’area d’imbarco.

Prima dell’arrivo del primo volo, verso le nove del mattino, lo spazio destinato al controllo passaporti nel terminal A dell’aeroporto di Palma di Maiorca può persino sembrare eccessivo.

Innumerevoli schermi per l’elaborazione dei documenti, spazio abbondante, decine di impiegati dedicati ad aiutare i viaggiatori, ampia segnaletica, corridoi ben progettati.

A me, in quel momento, ha dato un’ottima impressione.

Alle nove e mezza, invece, è tutto un caos.

Le migliaia di viaggiatori che sono comparsi in pochi minuti hanno superato ogni previsione.

Il personale non basta, le macchine sono saturate e, soprattutto, le code invadono tutto, compresa la zona d’imbarco.

Non si vedono più le indicazioni. I corridoi per le famiglie con bambini si sono persi in mezzo alla folla; nessuno sa più cosa sta succedendo.

Gli europei, che non devono passare per questo calvario, non sanno dove andare. Il personale è sommerso.

Non credo che qualcuno impieghi effettivamente tre ore per superare questa procedura, ma la sensazione con cui entrano in Spagna è orribile: quella di disorganizzazione, di una complicazione inutile.

Alla macchina, una persona di normale goffaggine impiega poco più di un minuto. Ma arrivare alla macchina è impossibile.

Questo mi porta a due domande preliminari, molto più urgenti che risolvere queste code: perché diavolo abbiamo creato questa sciocchezza e, ammesso che fosse necessaria, non sarebbe stato possibile fare tutto tramite un’app, prima di arrivare all’aeroporto?

La prima domanda è fondamentale. A che diavolo serve tutto questo?

Finora ogni viaggiatore doveva scansionare il proprio passaporto, e quei dati entravano nel sistema di controllo, in modo da sapere chi aveva attraversato la frontiera, con tutti i suoi dati.

Nel caso dei britannici e degli irlandesi, sono gli stessi che fino a poco tempo fa accoglievamo senza chiedere loro un solo dato.

Insomma, siamo passati dal non chiedere loro nulla a creare questo circo.

Sarà perché nello spazio Schengen, davvero nessuno entra senza essere sottoposto a un controllo rigoroso? Applichiamo questi controlli a tutti? Davvero?

A parte questo ridicolo, non ci sono modi più semplici per gestire la cosa rispetto al controllo alla frontiera?

Non si sarebbe potuta creare un’app – l’Unione Europea dice di sì, che ce n’è una e che la Svezia la sta utilizzando – che risparmi al viaggiatore questo disastro?

Non ha senso vedere viaggiatori con un cellulare in mano costretti ad aspettare il proprio turno per usare una macchina con cui non hanno familiarità per inserire dati ridicoli.

E’ un’assurdità per Aena: lo spazio e il personale dedicati a queste attività sono sproporzionati senza riuscire a ridurre la pessima immagine che danno queste code.

Potrebbero almeno imparare dagli altri: anche in Inghilterra richiedono questa registrazione, ma tutto avviene online e quando si scansiona il passaporto negli aeroporti britannici il sistema identifica già i dati che il viaggiatore ha caricato in precedenza.

Che applichiamo questi controlli a chi fino a ieri entrava senza nemmeno registrare il proprio ingresso; che lo facciamo con code fisiche che traboccano dagli aeroporti; che pretendiamo così di sembrare rigorosi con le nostre frontiere.

Che ci siano voluti sette anni per arrivare a questa situazione disastrosa indica che i problemi nella gestione dell’Unione Europea sono molto gravi e che bisogna avere un po’ di autocritica per non avanzare in questo modo verso il ridicolo più assoluto.

Bina Bianchini

 

 

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