Negli ultimi anni il fenomeno delle baby gang ha assunto contorni sempre più preoccupanti.
Non si tratta più di semplici bravate adolescenziali, ma di episodi di violenza crescente, spesso gratuita, che colpiscono coetanei o passanti senza un motivo reale.
Accoltellamenti, pestaggi, rapine compiute per noia o per affermare un’identità nel gruppo: segnali evidenti di un disagio profondo che non può essere liquidato con spiegazioni superficiali.
Pestaggi per uno sguardo di troppo, rapine per dimostrare coraggio davanti al gruppo.
In questo quadro, uno degli aspetti più discussi riguarda la percezione di impunità.
Troppo spesso si ha l’impressione che chi compie reati, anche gravi, in età molto giovane non vada incontro a conseguenze adeguate.
La giustizia minorile nasce con l’obiettivo di recuperare, non di punire in modo cieco, ma ci deve essere un limite.
Dai quattordici anni in su (anche prima) chi è delinquente non smetterà di esserlo stando in casa/famiglia o essendo seguito da possibili psicologi/assistenti sociali.
Tuttavia, quando il messaggio che passa è che “tanto non succede nulla”, si rischia di alimentare un circolo pericoloso.
La certezza delle conseguenze, anche educative ma concrete, è parte essenziale di qualsiasi sistema che voglia prevenire la recidiva.
Se un ragazzo può girare armato, partecipare a un’aggressione, intimidire un coetaneo e pensare che le conseguenze saranno minime, lontane o puramente simboliche, il messaggio è devastante.
Ma fermarsi alla giustizia sarebbe un errore.
Il problema nasce prima, molto prima, e ha a che fare con l’educazione ricevuta fin dall’infanzia.
Negli ultimi decenni si è diffuso un modello educativo sempre più indulgente, quasi timoroso di esercitare autorità, anzi la difesa fin da piccoli davanti a tutto e tutti: professori e maestre per esempio.
Il “no” è diventato raro, la frustrazione (de che?) qualcosa da evitare a tutti i costi.
Abbiamo preferito essere amici dei nostri figli invece che genitori.
Abbiamo negoziato tutto, giustificato tutto, evitato ogni conflitto.
Il risultato sono generazioni che fatica ad accettare un limite, che vive ogni frustrazione come un’ingiustizia e che, davanti a un ostacolo, reagisce con rabbia.
Molti genitori, per senso di colpa o per paura di sbagliare, hanno preferito spiegare tutto, giustificare tutto. Il risultato è che molti ragazzi crescono senza una reale percezione del limite.
Eppure, crescere significa soprattutto confrontarsi con regole e confini.
Un bambino ha bisogno di adulti che sappiano essere punti di riferimento solidi, non figure incerte che temono di imporre una regola.
L’educazione è anche repressione, e non permissivismo.
È equilibrio, fermezza. Un rimprovero deciso, una punizione proporzionata, la capacità di dire “questo non si fa” senza tentennamenti sono strumenti fondamentali per costruire il senso di responsabilità, ma si sa, è molto più faticoso dire “no” e restare fermi nella decisione che scendere a compromessi.
Quando questi strumenti sono mancati anche perché in questi ultimi 20 anni ci hanno detto di essere amici dei nostri figli, ci hanno detto di non “sculacciarli” mai, di parlarci, di essere loro pari.
Ed è lì che si formano dinamiche pericolose: la ricerca di approvazione, l’emulazione, la sfida continua a superare il limite. In assenza di un’educazione solida, la violenza può trasformarsi in linguaggio, in modo per esistere agli occhi degli altri.
Accanto a questo, esistono anche fattori sociali complessi, come le mancanza di volontà di integrazione in alcuni contesti.
È un tema reale, che non può essere ignorato né affrontato con slogan.
L’integrazione non è automatica e richiede impegno, rispetto delle regole comuni e volontà di far parte di una comunità.
Quando questo processo fallisce, si creano sacche di marginalità in cui il disagio può trasformarsi in devianza.
Ma anche in questi casi, ridurre tutto a un’unica causa o attribuire responsabilità collettive non aiuta: ogni individuo resta responsabile delle proprie azioni.
Il punto centrale, quindi, resta uno: la responsabilità.
Delle famiglie, prima di tutto, chiamate a recuperare il proprio ruolo educativo senza delegarlo alla scuola o allo Stato.
Dello Stato che non può passare oltre ad ogni inciviltà, ci vuole disciplina e rigore.
Della giustizia, che deve essere in grado di intervenire in modo credibile ed efficace.
E dei singoli, che devono rispondere delle proprie scelte, indipendentemente dal contesto di partenza, anche se sono giovani minorenni.
Pensare che basti una nuova legge o un intervento emergenziale per risolvere il problema delle baby gang è illusorio.
Senza giustizia, senza pena, senza certezza della punizione adeguata cadremo in un far-west.
Senza un ritorno a un’educazione più consapevole, più presente e più esigente, ogni misura rischia di essere solo un palliativo.
Servono adulti capaci di dire no, di assumersi la responsabilità di essere impopolari quando necessario, di trasmettere valori chiari e non negoziabili, altro che navigare nel web senza essere capaci di un pensiero proprio.
Perché la libertà senza limiti non è libertà: è abbandono.
E da quell’abbandono nascono spesso le forme di violenza che oggi abbiamo, ma che abbiamo contribuito, almeno in parte, a rendere possibili.
Bina Bianchini
