Canarie, un arcipelago, e un lusso che non ci possiamo permettere

Hormuz ci ha aperto gli occhi. Anche ai più miopi. Anche agli illusi.

Un mondo iperspecializzato e iperglobalizzato, dove tutto si va a prendere dove c’è, dove costa meno, dove sembra convenire di più, è una chimera.

Una chimera per ricchi — quei ricchi sempre più ricchi che di questo sistema illusorio, irrazionale ed effimero si abbeverano quotidianamente, arraffando a piene mani e senza mai pagare il conto.

Lo Stretto di Hormuz non è solo un nome sulla carta geografica.

È un collo di bottiglia attraverso cui transita una parte significativa del petrolio mondiale, del gas, dei fertilizzanti, e dei dati, con cavi sottomarini che connettono oriente e occidente.

È così che la sua chiusura — anche solo minacciata, anche solo ipotizzata — basta a far tremare intere economie.

Il controllo delle rotte è potere sull’economia globale.

Controllo dell’economia è controllo della libertà.

Controllo della libertà è controllo dei popoli.

Non è teoria geopolitica astratta: è ciò che stiamo vedendo, in tempo reale, con i nostri occhi.

Tra l’autarchia totale e la globalizzazione estrema, l’edenamismo sceglie ancora una volta il limite.

La misura.

La saggezza degli antenati, che sapevano dove vivevano e di cosa avevano bisogno per sopravvivere.

Non era arretratezza: era intelligenza territoriale.

E su un arcipelago in particolare, tutto questo è ancora più evidente.

Ancora più urgente.

Le Canarie sono un caso emblematico — e per certi versi un caso limite.

Un arcipelago nell’Atlantico, lontano dalla terraferma continentale, rifornito per mare e per aria, con una dipendenza strutturale dall’esterno per quasi ogni bene di prima necessità.

Un territorio che negli ultimi decenni ha subito una trasformazione totale, irrazionale, illogica: ha smantellato la propria agricoltura, ha depredato coste e territorio, ha puntato tutto su due leve fragili — il turismo e le importazioni — come se il mondo non potesse mai cambiare, come se le rotte fossero eterne, come se il petrolio costasse sempre poco.

Le Canarie non possono essere solo turismo e monocolture a plátano ipersovvenzionate.

Questo è squilibrio.

Uno squilibrio costruito con pazienza e miopia, mattone dopo mattone, stagione turistica dopo stagione turistica.

Aver rinunciato all’agricoltura e al paesaggio per puntare sulle importazioni di cibo e beni essenziali è una scelta miope, che ora mostra la sua fragilità.

Aver depredato coste e territorio per puntare tutto su un turismo volubile e potenzialmente effimero è irresponsabile — e in certi scenari, potenzialmente suicida.

Aver derogato alla cura dell’ambiente e del mare per inseguire una crescita improvvisa e incontrollata è colpevole, e il conto si paga nel tempo, con gli interessi.

Un arcipelago è per definizione vulnerabile.

Troppo esposto.

Non può permettersi di dipendere totalmente dalla terraferma per mangiare.

Non può permettersi di non avere riserve, non può permettersi di non avere terra coltivata, animali, produzione locale.

È un lusso che non ci possiamo permettere — quello di fare finta che le catene di approvvigionamento siano indistruttibili.

Passi avanti si stanno facendo sul fronte dell’autosufficienza energetica, ed è giusto riconoscerlo.

Ma l’energia non nutre.

Non si può prescindere dalla terra e dalla produzione agricola.

Non si può costruire una comunità resiliente su basi puramente logistiche.

Bisogna tornare ai fondamentali.

Bisogna tornare alla terra.

Serve un grande piano e un grande impegno a livello locale: il recupero del territorio, l’assegnazione di terreni incolti e improduttivi a chi vuole coltivarli, la valorizzazione delle micro produzioni, dei piccoli campi, degli allevamenti familiari.

Un sistema agricolo diffuso — agrituristico nel senso più vero del termine — capace di favorire il presidio e la manutenzione del territorio, di tenere vivi i saperi tradizionali, di produrre qualcosa di concreto verso l’autosufficienza alimentare.

Non si tratta di tornare indietro.

Si tratta di non essere così ingenui da credere che andare avanti significhi smettere di mangiare con le proprie mani.

Si prospettano tempi incerti.

Bisogna essere preparati a tutto.

E la preparazione comincia sempre dalla terra che si ha, solida, sotto i piedi.

di Luca Bertagnon

 

 

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