L’ipocrisia della “Leggenda nera” spagnola

Da tempo alcuni politici messicani, tra i quali si distinguono l’ex presidente López Obrador e la sua subentrante Claudia Sheinbaum, da lui stesso scelta e raccomandata ai suoi elettori per succedergli, pretendono insistentemente le scuse della Spagna per gli “abusi” commessi oltre cinque secoli fa dai cosiddetti conquistadores da cui loro stessi discendono, come dimostrano i loro tratti somatici europei, e nella cui lingua fin dai primi vagiti hanno imparato a esprimersi.

Non avrei parlato di quest’insensata pretesa – e motiverò tra poco questa mia opinione – se a metà marzo una dichiarazione del Re di Spagna, che ho televisivamente ascoltato durante la sua visita all’esposizione “La donna nel Messico indigeno” allestita dal Museo Archeologico Nazionale di Madrid, non avesse attirato la mia stupefatta attenzione.

Per inciso, maliziosamente ipotizzo che l’esposizione – dato l’argomento praticamente incomprensibile per il pubblico madrileno, ma probabilmente ideologicamente gradito ad alcuni sparuti circoli politici, o chiringuitos come ironicamente li chiamano qui – fosse stata organizzata proprio per compiacere oltre a quella decina di pseudointellettuali anche Sheinbaum, affezionatissima a queste due tematiche; tant’è vero che nella serie di dibattiti da lei guidati, intitolati “Conferencia del Pueblo”, appeso al muro alle sue spalle campeggia il grande disegno di un’impavida ragazza che in fiero e volitivo atteggiamento regge la bandiera messicana e i cui tratti somatici chiaramente indigeni tuttavia grottescamente assomigliano a una Sheinbaum ringiovanita di diversi decenni: stesso volto affilato e identica pettinatura a coda di cavallo, come se la presidentessa volesse subliminalmente sovrapporsi all’immagine dell’idealizzata ragazza azteca e identificarsi e farsi identificare con lei… somiglianza non casuale bensì furbescamente intenzionale, che i più curiosi potranno constatare digitando in un motore di ricerca il cognome Sheinbaum e la frase virgolettata “Conferencia del Pueblo” per visualizzare l’immagine della presidentessa e della sua allegorica quasi-sosia indigena.

Ma torniamo alla dichiarazione del Re di Spagna, che tenendo a fianco l’ambasciatore messicano ha ammesso che la colonizzazione spagnola fu caratterizzata da “molti abusi e controversie etiche”; non proprio delle scuse ma quasi, e per questa estemporanea confessione il monarca è stato lodato da esponenti dell’attuale governo spagnolo, che ne hanno entusiasticamente condiviso le parole, e invece criticato con diverse intensità dalle opposizioni.

Cito queste lodi e queste critiche come un fatto di cronaca, chiudendo qui l’argomento della contrita ammissione del Re che ha stimolato quest’articolo, non intendendo addentrarmi in questa sede nel terreno minato della figura reale e della politica spagnola; tuttavia prescindendo da queste ultime voglio e posso esprimere il mio parere sull’insulsa pretesa di alcuni politici messicani, e di alcuni loro seguaci anche spagnoli, di ricevere della Spagna le scuse per quegli eventi di oltre cinquecento anni fa… già appunto, cinque secoli fa.

A quel tempo imperversava in Europa l’Inquisizione, istituita nel 1252 dal Papa Innocenzo IV, che autorizzò il ricorso alla tortura per “convincere” gli eretici ad abiurare i loro convincimenti e a denunciare i loro “complici”.

Dopo la formalità del processo gli “eretici” erano bruciati vivi, sorte che nel 1498 – cioè appena poco più di due decenni prima della spedizione di Hernán Cortés in Messico – toccò a Firenze al frate domenicano Girolamo Savonarola, che cito come primo esempio che mi viene in mente fra le vittime degli innumerevoli roghi che allora ardevano in Europa.

Vent’anni prima, nel 1478, a richiesta dei celeberrimi regnanti spagnoli ed eroi nazionali Isabella e Fernando, il Papa Sisto IV aveva istituto specificamente la famigerata Inquisizione Spagnola, anch’essa ampiamente dedita alla tortura; dopo l’istruttoria e la condanna gli eretici pentiti erano misericordiosamente strangolati prima di essere bruciati sul rogo, mentre i renitenti ostinati erano arsi vivi in cerimonie chiamate autodafé che duravano molte ore, a volte prolungandosi per l’intera giornata.

Ricordando ciò non intendo condannare coi miei criteri odierni nessuna istituzione politica o religiosa di allora, perché è intuitivo che tutto questo era lo specchio dei tempi e della violenza morale e fisica di cui allora erano profondamente intrise non solo indistintamente tutte le istituzioni, ma anche tutte le sfere sociali dalle più infime alle più elevate.

Così andava il mondo in un’epoca in cui la tolleranza era un lusso da pagare a caro prezzo e contestare il potere civile o religioso significava una morte spesso atroce, e per tutti – i governanti civili, le istituzioni ecclesiastiche, i comandanti militari e la popolazione – era non solo normale, ma inevitabile comportarsi secondo gli usi e la mentalità correnti in quei secoli di ferro; e del resto ancora oggi, nell’Anno Domini 2026, i burattinai all’ora di cena ci esigono dai telegiornali l’obbedienza ai loro voleri palesi e occulti, sebbene fortunatamente con modalità meno efferate dei roghi e delle torture fisiche; quelle morali ed esistenziali a chi disobbedisce però ancora sussistono… ma non divaghiamo e volvemos al grano, come dicono qui.

Eppure, nonostante questa elementare riflessione che ogni epoca ha il suo contesto sociale e morale entro il quale tutto si muove, e che i comportamenti dei protagonisti di quei tempi devono essere considerati in quello specifico contesto e non secondo i nostri criteri odierni (che del resto, diversamente da quanto erroneamente pensano alcuni ingenui, o forse troppo furbi, non sono né eterni né tantomeno infallibili), secondo Obrador e Sheinbaum, e i loro figliocci ideologici la cui capacità di analisi non si spinge oltre i dieci centimetri dalla punta del naso, appena approdati nelle coste del Messico Cortés e i suoi compagni di avventura avrebbero miracolosamente dovuto dimenticarsi dell’Europa da cui provenivano, e della mentalità di cui erano imbevuti fino al midollo non avendo conosciuto altro fin dal primo vagito, e imbarcandosi in una fantascientifica macchina del tempo avrebbero dovuto repentinamente conformarsi in Messico ai criteri politicamente corretti degli ideologi di cinquecento anni dopo.

A una persona di media intelligenza bastano 30 secondi di riflessione per rendersi conto della colossale assurdità di questa pretesa di giudicare gli avvenimenti del 1500 con i criteri morali e sociali di moda negli anni 2000, e basandosi su questo delirio ideologico addirittura esigere dalla Spagna odierna le scuse per quegli eventi di cinque secoli fa.

Ma di questa stupidaggine ho da criticare anche il rovescio della medaglia, perché gli obradorini e le sheinbaumine fanno finta di ignorare – dico fanno finta, perché non posso credere che veramente lo ignorino – cosa trovarono gli avventurieri spagnoli quando addentrandosi in Messico si imbatterono e poi si scontrarono con l’impero azteco, in cui si praticavano spesso e in grandi numeri sacrifici umani: ne sono prova non solo le cronache lasciate da molti testimoni oculari spagnoli, ma anche le raffigurazioni azteche di quei riti, gli altari di pietra dei sacrifici sui quali le analisi chimiche hanno riscontrato tracce di emoglobina umana, e i pugnali di ossidiana usati per strappare da vivi il cuore agli immolati, i cui scheletri ritrovati nei pressi dei templi mostrano fratture delle costole.

In quelle macabre cerimonie quattro aiutanti immobilizzavano le braccia e le gambe dei sacrificandi completamente svegli e coscienti, ai quali, verosimilmente tra strazianti urla di terrore e indicibile dolore, l’officiante strappava dal torace il cuore palpitante e immediatamente dopo lo sollevava verso il cielo come offerta alla divinità.

I sacrifici umani di massa, leggo in Wikipedia, si svolgevano una volta in ciascun mese di 20 giorni del calendario azteco; ancora Wikipedia – che beninteso è solo una delle innumerevoli fonti che ne parlano – riferisce la cronaca azteca secondo cui nel 1487, durante i quattro giorni di celebrazione per la riconsacrazione del Templo Mayor di Tenochtitlán, in un’allucinante orgia di sangue 80.400 prigionieri furono immolati su quattro altari di pietra collocati su tutti e quattro i lati della sommità del tempio, in modo che i cadaveri sventrati delle vittime potessero essere gettati dall’alto in tutte le direzioni.

Nella concezione azteca i sacrifici umani intendevano placare gli dei, con i quali nella visione azteca del mondo l’umanità aveva un debito.

Nei secoli passati questi riti non furono esclusiva degli Aztechi: ricordo di aver visto anni fa la rievocazione di sacrifici umani, più o meno analogamente motivati, in una puntata dell’interessante serie televisiva Vikingos, che popolarizzò per il grande pubblico circostanze storiche reali, e riti analoghi erano praticati anche dai cartaginesi.

È nota anche l’usanza di alcuni antichi popoli mediorientali di immolare e seppellire nella stessa tomba monumentale di un re deceduto anche le sue mogli e i suoi cavalli, servitori, musicanti e buffoni di corte, affinché lo accompagnassero piacevolmente nel viaggio verso l’altro mondo.

Non commetterò l’errore per cui poco fa ho criticato gli obradorini e le sheinbaumine, ossia di giudicare i rituali praticati centinaia o migliaia di anni fa da quei popoli con il mio criterio e la sensibilità di uomo del XXI secolo; per quanto quelle pratiche mi appaiano aberranti e disgustose (oltre che sanguinosamente inutili per il fine mistico che si proponevano, essendo quegli dei inesistenti), mi astengo da acrobatici salti ideologici nel tempo e da chiacchiericci fine solo a se stessi.

Rifletto invece che in un Paese in cui nel nostro tempo, e non cinque secoli fa, intere regioni non sono governate dallo Stato ma sottomesse a onnipotenti re della droga, se Obrador e Sheinbaum pensano di avere ancora tempo ed energie da dedicare a procurarsi facili consensi dai loro concupiti e abbindolati votanti emettendo sentenze pseudomorali sui loro antenati di mezzo millennio prima, e di esigere assurde scuse rinvangando eventi morti e sepolti dalla storia, se proprio vogliono moraleggiare hanno già in casa loro l’abbondante materiale dei sacrifici umani di massa praticati dagli Aztechi con i quali hanno la bizzarra mania di identificarsi: dunque se sono umanitariamente in buona fede (cosa di cui fortemente dubito), e non politicamente in malafede (ciò che invece mi sembra molto probabile), comincino da lì.

P.S. Questa stramba mania di alcuni messicani di discendenza europea di identificarsi con gli Aztechi mi ricorda quella altrettanto bislacca di alcuni intontiti Canari, con cognomi e nomi spagnoli e che si esprimono in spagnolo, di identificarsi con i mitici Guanches, anche loro risalenti a circa mezzo millennio fa e da quegli imprevidenti Canari assurti a simbolo ideologico della rivendicata indipendenza dalla Spagna… ottenuta eventualmente la quale, e speriamo proprio di no, il Marocco immediatamente si farebbe di noi un solo boccone.

Francesco D’Alessandro

 

 

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