Chi ha paura dell’uomo vero: Pippi Calzelunghe wanted dead or alive

Mentre si spegne l’onda d’attenzione che ha accompagnato la vicenda della famiglia del bosco, manca una volta di più un’analisi equanime che consenta  di capire il senso dell’accaduto al di sopra di torti e ragioni.

Massima enfasi al microdramma, nessun accenno al macrodramma e manca essenzialmente una risposta: perché un cazzotto dritto al mento, senza contraddittorio, senza dare la mano all’avversario per rialzarsi, proprio a loro?

Se nessuno ne avesse parlato, se non fosse stata spettacolarizzata, forse, la famiglia Pippi Calzelunghe se la sarebbe cavata.

Ingigantita e viralizzata sui social invece, la loro scelta di vita rappresenta una frana in autostrada nel percorso verso la controllabilità assoluta del cittadino.

E’ il punto critico che può estinguere Amazon, Netflix, Telecom, Facebook, Dolce e Gabbana, Ferrari, Rolex, impalcature di potere fra edonismo e tecnocrazia, senza le quali la rete di soffocamento della persona umana libera, fa puff e sparisce.

Il peccato capitale di chi rivendica il diritto ad esistere al di fuori della liturgia del sistema dominante è, appunto, mettere in discussione la necessità, culturale non giurisdizionale, dell’esistenza di un ente produttore di procedure e protocolli che invadono l’intimità, la quotidianità, esercitando la coercizione in nome di un bene comune non concertato.

Peggio: è l’arroganza di erigere a filtro delle proprie scelte un’idea di felicità diversa da quella delle famiglie che ballano felici attorno ai sofficini Findus, una felicità senza glamour, quasi gratis, una bomba nella cattedrale del consumo.

Si può dire tutto alla rete estensiva delle strutture del potere fuorché ”grazie no “.

Un utente critico, rompe il dogma della società basata sull’erogazione di servizi, che determina la ragnatela di procedure indispensabili nella cui rete ci si aspetta che ci dibattiamo senza scopo.

E’ l’aglio per il vampiro.

E’ il puro terrore per un sistema che, senza consumatori insoddisfatti da soddisfare e persone in fila per il numerino in salumeria come in ospedale, cammina sul filo del burrone.

Torniamo ancora una volta alle basi del pensiero anarchico, quello sano, basato sulla responsabilità di rispondere delle proprie scelte e il diritto di definire le aree non negoziabili in cui vi sia spazio per quelle scelte.

La misura, l’ampiezza e l’incolumità dello spazio individuale non negoziabile, quello in cui il cittadino è creatore/immaginatore e non utente/esecutore, è il termometro della salute di un gruppo sociale organizzato.

E’ ormai esplicita la tensione a svuotare fino a cancellarlo lo spazio dell’invenzione, della decisione indipendente, del diritto a rifiutare un modello pronto di espressione di sé.

La famiglia sfortunata ha lanciato senza volere sul mercato il più micidiale modello di dissidenza: l’esistenza non riconducibile alla procedura, basata sull’assunzione di responsabilità e il ritorno al “fare”.

Tessendo i propri abiti, Gandhi simbolicamente sfidava l’impero coloniale inglese.

Il potere costituito ha visto riemergere quel no gentile, temibilissimo motore di cambiamento, contro il quale la violenza esplicita o implicita può veramente poco.

Ha dilaniato con la bava alla bocca il metasignificato della famiglia, non la famiglia in quanto tale.

La devianza che arreca danno a se stessa o al prossimo è uno sfogo tollerato se non sotterraneamente incentivato.

Si tratta alla fine di valvole di sfogo utili a reggere la pressione che aumenta mentre la libertà diminuisce.

La devianza dai sistemi di incanalamento disciplinare implicito è allarme rosso per il sistema e come tale viene accolta perché, nel 21° secolo, la dipendenza è virtuosa e l’autonomia è dissidenza.

Non è più una tendenza, è una condizione consolidata.

Il selfie all’happy hour è la tessera di partito di una forma di totalitarismo nuovo, intridente, profondo.

La famiglia nel bosco ha rinunciato coscientemente a qualcosa in cambio di qualcosa e non ha infranto alcuna legge, ha rinunciato all’iperegolamentazione, la protocollazione del superfluo, la dittatura della tecnologia, espandendo il raggio della propria responsabilità personale oltre il limite consentito.

Il potere non sa che farsene della nostra intelligenza, reagisce con immediata violenza al progetto della libertà strutturata.

Personalmente non farei una scelta così radicale, ma mi farebbe sentire al sicuro sapere che chi vuole può.

La serie di Pippi Calzelunghe, per capirci, oggi verrebbe censurata, Netflix è sdoganata dalla censura perché allena le menti ad accontentarsi di offerte mediocri, volgari, violente, a poco prezzo, con infinita possibilità di scelta fra alternative in equivalenti.

La non scelta nell’apparente varietà: il linguaggio del potere nella sua essenza.

Prima che i riflettori si spengano, sottolineiamolo che è mancata l’analisi del perché un “reato” così piccolo abbia scatenato una reazione così grande, non pensiamo che sia sfuggito, perché non è così.

Lasciamo dunque aperta una domanda: in un mondo in cui ciò che non arriva da erogatori di servizi e procedure omologati è dissidente e la responsabilità individuale è immorale per decreto, esiste ancora una forma contemporaneamente sana e consentita di essere felici?

di Claudia Maria Sini

([email protected])

 

 

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