Il rimboschimento del pino delle Canarie a Tenerife

Foto di Cristiano Collina

Una densità cinque volte superiore a quella che dovrebbe essere.

Il pino delle Canarie occupa oltre 77.000 ettari nelle Canarie, più di qualsiasi altra formazione vegetale.

Ma tale predominanza non è frutto della natura: è l’eredità di alcune politiche forestali del franchismo che, in larga misura, sono rimaste incompiute.

A metà del XX secolo, Gran Canaria e Tenerife subivano da secoli pressioni sul territorio montuoso.

Il sovrasfruttamento forestale, la produzione di carbone, l’allevamento intensivo e l’uso agricolo avevano lasciato un territorio esausto.

Il monte «era esposto, era fragile e aveva subito duri processi di erosione», come documentano i rapporti dell’ormai defunto Istituto per la Conservazione della Natura.

Il regime franchista, tra gli anni ’40 e ’70, iniziò a sviluppare grandi campagne di rimboschimento nelle Isole.

Tutte manuali e su larga scala. Un esperto delle foreste canarie, oggi riconvertitosi in creatore digitale sulla diversità forestale delle Isole (che preferisce mantenere l’anonimato), lo ricorda: «Il 99% della pineta di Tenerife è stato ripiantato».

Questo modello cambiava il paradigma delle foreste. Si puntò allora su specie come il pino radiata, molto diffuso nel nord della Spagna, per la sua rapida crescita e la sua redditività.

L’idea era di ripiantarlo alle Canarie, in vista di una propria industria del legno.

Si iniziò a piantare ad alta densità. Il sistema mirava a far crescere grandi masse forestali e ad attuare, col passare del tempo, un sistema di diradamenti progressivi per selezionare gli esemplari più adatti.

Quest’ultima fase non fu mai attuata. A partire dagli anni ’60, il boom del turismo trasformò completamente il modello economico delle Canarie.

«Non sembrava fattibile, e a poco a poco la piantagione fu abbandonata».

Il risultato: una quantità sproporzionata di pinete che si estendono a loro piacimento.

Anche il Pinus canariensis faceva parte del mosaico vegetale delle montagne, tutto perché offriva qualcosa che nessun’altra specie poteva garantire con la stessa affidabilità: la sua corteccia spessa funge da scudo termico contro il fuoco.

Sotto di essa, le gemme epicormiche gli permettono di ricrescere anche dopo gravi incendi. E la sua chioma completa il ciclo: può perdere tutte le aghi e rigenerarle in pochi mesi.

Tra specie endemiche e introdotte, cominciarono a germogliare le radici di una foresta che, a posteriori, e guardando i dati, fu piantata con densità molto superiori a quelle naturali.

Lo specialista aggiunge che l’espansione non si limitò alle zone di rimboschimento pianificato: «In tutta la parte settentrionale e nella foresta di La Esperanza si è proceduto a un rimboschimento massiccio».

 

 

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