SPID e CIE (carta d’identità elettronica): il videogame infernale che nessuno voleva giocare

Ah, la digitalizzazione!

Quel meraviglioso progetto nazionale che prometteva di catapultarci nel futuro…e ci ha invece lanciati in un limbo tecnologico dove SPID e CIE sono i boss finali da sconfiggere.

Solo che non ci sono vite extra, nessun “continua?”, e il livello di difficoltà è impostato di default su “esperto sadico”.

Livello 1: Ottenere lo SPID (spoiler: non sarà rapido)

Tutto inizia con la scelta del provider SPID. Una decisione tanto semplice quanto imboccare una rotonda con otto uscite e nessuna indicata. A quel punto inizia il rituale di attivazione, un percorso spirituale degno di un pellegrinaggio digitale.

Ti chiedono un selfie con il documento in mano. Ma non un selfie normale: devi sembrare tu, ma anche nitido, ma non troppo, ma guardando in camera, ma senza riflessi, ma in un luogo illuminato come uno studio televisivo.

Dopo il selfie arriva la video-identificazione, in cui un operatore ti guarda come se fossi appena evaso da Alcatraz e ti chiede di leggere numeri, ruotare la testa, alzare la carta, e magari eseguire una breve coreografia.

Quando credi di aver finito, arriva la parte migliore: “Scarica la nostra app di sicurezza!”.

Che si aggiunge alla tua già ricchissima collezione di app di sicurezza. Ormai il tuo telefono è protetto più della casa del Presidente della Repubblica.

Livello 2: La CIE, ovvero la carta d’identità che ti riconosce nei giorni buoni.

La CIE è il fiore all’occhiello dell’innovazione. Un microchip, l’NFC, tre codici (perché due erano troppo pochi), e un’esperienza d’uso che mette alla prova la tua resistenza psicologica.

Per usarla devi avvicinarla allo smartphone. Semplice, vero?

Peccato che la carta venga letta solo se la tieni nella posizione esatta, a una pressione esatta, inclinata in un modo esatto, in un momento esatto, durante un’eclissi solare e con allineamento dei pianeti favorevole.

Il telefono vibra: “Movimento non valido”.

Ripeti.

Ri-vibra: “Lettura interrotta”.

Ripeti.

“Avvicina la carta”.

“Non così tanto”.

“Troppo poco”.

“Errore sconosciuto”.

A quel punto pensi seriamente che recarti allo sportello fisico fosse un’opzione più sana per il tuo equilibrio mentale.

Livello 3: Password, codici, PIN, PUK… e un po’ di disperazione.

Tra SPID e CIE, un cittadino medio gestisce: due PIN; un PUK che perderà dopo 48 ore; tre app che chiedono codici OTP ogni tre minuti; password complesse tipo “P!n-93@lfa-7-NonSoPiùCheInventare”.

La vera sfida non è accedere al servizio: è ricordarsi come ci sei arrivato la volta precedente.

Livello 4: Assistenza tecnica (se ci credi davvero)

Puoi sempre contare sull’assistenza. Cioè… teoricamente.

Nella pratica trovi FAQ così oscure che sembrano scritte in un dialetto alieno, oppure call center che ti rassicurano: “Deve reinstallare tutto”. La loro soluzione preferita. La tua meno.

Boss finale: Accedere

Se dopo tutto questo riesci finalmente a entrare nel portale dei servizi pubblici, non provi gioia. Provi stupore. Come quando scopri che una slot machine ha pagato.

Conclusione: la digitalizzazione italiana funziona… una volta su dieci.

SPID e CIE potrebbero davvero semplificarci la vita. Ma allo stato attuale, sembrano progettati per un’Italia parallela in cui tutti hanno doti da hacker e la pazienza di un monaco zen.

Magari un giorno tutto sarà semplice.

O, più realisticamente, impareremo la via del Portale: accedi finché puoi, finché funziona, e non fare domande.

Dal web

 

 

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