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    Nessuna sorpresa: siamo pronti al cambiamento ma forse NO

    Fra le molte finestre da cui si può osservare il risultato elettorale una è l’esito di una giovane mamma bionda in un paese di vecchi elefanti, rigorosamente maschi, bianchi, cattolici.

    E’ un dato oggettivo d’altronde che la maggioranza secca delle donne che arrivano al vertice esce dall’area più conservatrice della destra.

    In Italia dobbiamo tornare a Nilde Iotti per una donna di sinistra alla guida del paese.

    La Meloni ha radici mai negate nei partiti germogliati sulle fondamenta del partito fascista.

    Ma sono fascisti i suoi elettori?

    Ed è fascista il suo progetto?

    Di sicuro non è anticomunista per assenza di un avversario comunista vivente.


    E’ piuttosto l’antagonista naturale della nuova religione politica new age – vegano – buddista – fen-shui che ha sostituito ormai a pieno titolo la sinistra comunista fatta di intellettuali utopisti di grande spessore e povera gente che rivendicava, con ragione, un posto dignitoso nella società.

    La nuova area progressista è fatta di soubrette e influencer (Ferilli e Ferragni), rappers testimonial dei vaccini di big pharma (Fedez), giovanissimi cantanti miliardari (Maneskin), figli di papà (Gassman e de André), presentatori pagati milioni di euro per passare la parola da un ospite all’altro (Fazio) e un’ampia rappresentanza di giudici e concorrenti di X Factor.

    Ciò che li accomuna è un posto in business class garantito senza grande fatica grazie al supporto dei media del main stream.

    Con poche eccezioni, l’assenza totale di cultura politica fa di loro i paladini perfetti di una società in cui non c’è più bisogno di dare il buon esempio per riempirsi la bocca con i diritti dei più deboli.

    Del diritto di sciopero, dell’orario di lavoro degli operai, del diritto ad una istruzione pubblica di qualità, delle condizioni di lavoro dei lavoratori delle categorie più umili, della retribuzione indegna dei professori, a questa nuova cosa di sinistra, facciamoci pace, non gliene può fregar de meno.

    Sono più centrati nel togliere le croci dalle scuole, dare due mamme a Peppa Pig, trasformare dal di dentro la nostra percezione di persona, di coppia, di relazionalità, di appartenenza a un sistema di valori.

    Più che un’area politica, sono una setta radical chic.

    Chi ha votato la Meloni, a ben vedere, voleva solo il contrario di tutto questo, che non è il fascismo.

    Gli elettori della Meloni erano infastiditi o impauriti, a seconda del livello culturale, dal caos arcobaleno che più che ampliare il diritto di rispetto a nuove categorie, demonizzava le vecchie e le cancellava per sostituirle.

    Le persone culturalmente forti, hanno letto pericoli a media lunga scadenza che sfuggono totalmente all’elettore medio.

    Il Popolo che vota con la pancia si è buttato come d’uso, fra le braccia di chi lo fa sentire protetto, sicuro, in qualche modo garantito e compreso.

    Non ce l’abbiamo fatta fino in fondo a dare forza a Paragone e Marcotti, pronti al taglio del cordone ombelicale dall’euro e da mamma Europa costi quel che costi.

    Ci siamo fermati a metà strada e abbiamo chiesto indietro il marito di Peppa Pig, la continuità fra cattolicesimo, lingua, identità culturale, sessuale e nazione, vogliamo morire a casetta con i figli che si danno il turno a tenerci la mano e in fin dei conti, la bandiera e le frecce tricolori ci fanno sentire a casa.

    Gli italiani, per stare con Eugenio Montale, hanno solo iniziato a dire “ciò che non siamo ciò che non vogliamo”.

    Non vogliono che scompaia nel melange LGTBetc l’identità uomo donna, come fosse sorpassata, non vogliono vivere in un continente in cui si è spento il genio degli artigiani e delle piccole imprese sotto l’assedio dei lounge bar e dei negozi di Zara, non vogliono che Miss Italia e la testimonial di Armani debbano obbligatoriamente essere italiane di colore.

    Non vogliono sostituire la messa in latino con l’happy hour e non si sentono a loro agio in un continente dove ovunque si parla qualsiasi lingua e in nessun luogo ci si sente a casa.

    Non vogliono soccombere alle direttive di mediata e automatica applicazione di un’Unione Europea che spreme i cittadini del 21° secolo come sudditi delle colonie del 19° secolo.

    Vogliono voce in capitolo a casa loro.

    Gli italiani hanno fatto per ora un simbolico passo indietro verso un sistema di valori semplificato in cui hanno la sensazione di poter ritrovare le briciole di Pollicino e ridefinire almeno alcuni confini essenziali della loro identità di persone e di cittadini.

    Hanno votato bene? Forse sì forse no, ma di sicuro non lo hanno fatto per nostalgia del ventennio.

    Scegliendo un partito di governo atlantista non hanno mirato al cuore del problema, ma le alternative erano in parte desolanti e in parte premature.

    Forse, alle prossime europee, si saranno rifocillati e riorganizzati o forse saranno più poveri e arrabbiati e faranno il passo successivo e dopo aver ripassato col pennarello i confini del loro paese e delle loro radici, troveranno la forza di tagliarlo fuori dai progetti sgangherati e guerrafondai di una Europa genuflessa a una NATO che, come diceva Francesco Cossiga, promuove la guerra e di guerra si nutre.

    Per ora, aspettiamo che qualche voce decente, con un minimo di preparazione sul tema, emerga dalle ceneri di una sinistra che vantava un tempo teste della caratura di Gramsci e Pasolini, e faccia un’analisi degna di questo nome, del perché la sinistra sia sempre più simile a una soubrette arida, narcisa e superficiale e la destra sempre più simile a un parroco di campagna che gioca a pallone nel cortile.

    Al netto della pantomima elettorale i conti non tornano.

    E’ una inversione di ruoli a 180 gradi, pertanto, interpretare quello che succede usando le categorie del comunismo e del fascismo del secolo passato, è una clamorosa fesseria.

    Claudia Maria Sini

     

     

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