La prima globalizzazione si chiamava ellenismo

Alessandro Magno potrebbe offrirci un grande aiuto per capire la globalizzazione, liberi dalle sette rabbiose di fanatici che da un lato e dall’altro di qualsiasi argomento di moda oggi, non aspirano affatto a trovare un punto d’accordo ma solo a vincere singoli game del dibattito internazionale.

Ogni problema, fenomeno, filone di costume, serve a qualcosa, lascia qualcosa, solo se osiamo gestirlo affondando senza paura nel pensiero dell’altro per scomporlo e tenere qualcosa, buttare qualcosa, senza bava alla bocca.

L’ellenismo è la forma in cui si manifestò una Grecia al tramonto, orientalizzata e tesa allo spasimo un attimo prima di tramontare, proprio come l’occidente egemone del 21° secolo.

Tutte le argomentazioni tipiche del racconto dell’Occidente su se stesso, stanno diventando caricature di ciò che erano, sempre più marcate e rigide, man mano che vengono a mancare giustificazioni e basi per le nostre vecchie e discutibili argomentazioni.

Ai tempi di Alessandro, un sorriso sul mappamondo abbracciava parte dell’Europa dell’Africa e dell’India e i templi con il frontone triangolare e le colonne, le agorá dalla geometria greco-perfetta, gli anfiteatri, le iscrizioni dei padri della Grecia classica come slogan del ceto egemone, erano i Mac Donald’s  e la mela della Apple.

Segnalavano l’impostazione dominante della stessa mentalità rispetto alle cose del mondo dalla Libia all’India, al Pakistan all’Iraq a Cipro, alla Sicilia.

La “moderna“ società cosmopolita di Alessandro produceva le stesse gioie e dolori della nostra e collezionava reazioni identiche a quelle dei nostri giorni.

Cultori di un passato in cui l’identità nazionale di un Popolo era la sua anima, movimenti contro l’invasione di masse di miserabili sradicati dalla guerra che, fatti schiavi, mettevano in ginocchio l’economia delle piccole imprese e producevano il crollo dei salari della classe popolare, l’aumento della diffidenza e della paura dell’altro, nuovi filoni di xenofobia, la frizione fra culture e modi di mangiare o pregare differenti obbligati a collidere in spazi sociali artificiali, frutto della fusione obbligata sotto un unico potere.


Il rapporto con un potere inaccessibile e lontano irrigidiva la vecchia democrazia ateniese in una inarrestabile autocrazia.

Toglieva voce ai cittadini, riduceva gli spazi di libertà, seminava la sensazione di essere dispersi e soli in un mondo grande confuso, difficile da capire, facilitava il rinchiudersi in vite piccole, piccoli progetti, filosofie della resa.

Alimentava e promuoveva  uno spiritualismo di necessità che faceva le funzioni di un tranquillante di massa.

Un po’ come l’elogio della resilienza di Mario Draghi e il continuo fiorire di filosofie della felicità da sei euro e cinquanta dei giorni nostri, tutte accomunate dalla non-reattività, la passività rispetto alla necessità dell’azione.

La società dei nostri giorni è confusa, convulsa, angustiata e frivola come la società ellenistica.

Divisa come allora fra un cosmopolitismo non benintenzionato e un nazionalismo esasperato cui si affiancava un filone letterario basato sull’autoironia, un po’ il corrispondente dei meme odierni.

Ridere sul fatto che si piange, in attesa di capire dove andare.

Poiché la storia non ripete solo schemi di rottura, problemi e tragedia ma anche soluzioni,

Un buon modo per affrontare i nostri giorni può essere la consapevolezza culturale che dopo ogni tramonto è tornato un momento di grande forza e creatività, dopo ogni trionfo delle catene, ciclicamente ha trionfato la libertà.

Pertanto, il suggerimento che con molta umiltà e rispetto si vorrebbe dare, è coltivate la cultura, quella vera, leggetevi la biografia di Alessandro Magno e di Napoleone, quella di Churchill e quella di Ghandi.

C’è un motivo per cui troverete tutto su Fedez e Jennifer Lopez su internet e NIENTE sui grandi che fecero e “disfecero” la storia.

La cultura produce padroni, il pettegolezzo servi, inutile dire quale categoria è più simpatica ai nuovi aspiranti faraoni.

Claudia Maria Sini