Siamo a New York negli anni ’30… ma chi è quest’uomo in giacca e gilet, inguantato e con bastone e monocolo?

Quest’uomo elegante e gentile è Philo Vance, un bon vivant interpretato da Giorgio Albertazzi, nei bellissimi telefilm RAI del 1974: con ritmata musica jazz e arredamento Art Decó.

Il Nostro è un grande collezionista di opere d’arte e anche giocatore di poker.

Inoltre a questo detective per hobby piace usare, a volte, delle locuzioni latine.

Nella prima puntata Giorgio Albertazzi fa una presentazione, in camerino, del suo personaggio, mentre fuma, è pettinato e vestito da una donna.

Dopo cammina per il teatro di posa tra il personale, continuando a parlarci seguito da due truccatrici, adesso come Philo Vance.


A questo punto apre una porta della sua casa ed entra.

Ascoltiamo la voce del regista che ordina “luce, motore”, finalmente Vance ci dice: a questo punto avrete capito che il racconto è cominciato.

Adesso chiama l’imperturbabile Currie, il suo domestico e autista, anche confidente discreto e inglese.

Certo che non ha lo charme di Fritz Brenner, l’uomo tutto fare di Nero Wolfe.

Vance può apparirci a volte come saccente, cinico e antipatico; però dietro di lui c’è un segugio.

Semplicemente è un uomo spavaldo.

Accade che la personalità di Vance può riflettere quella del suo autore S.S. Van Dine, all’anagrafe William Wright, il quale è stato definito da un critico come il più affascinante antipatico che avesse mai conosciuto.

Comunque per me, Vance e Currie sono due simpaticoni.

L’idea del giallo è interessante, siccome con i tradizionali metodi polizieschi non si ottengono i risultati desiderati, Markham, il Procuratore Distrettuale di New York, chiede aiuto al suo amico Vance per accompagnarlo nelle sue perquisizioni.

Sergio Rossi, nei panni di Markham, lavora a fianco dell’impegnato sergente Heath, interpretato da Silvio Anselmo. Tra Heath e Vance c’è un costante battibecco, lui dice che Heat ha il difetto di puntare sui dettagli insignificanti trascurando il quadro generale.

Il Nostro è un outsider nelle inchieste, agisce come uno scienziato che non si lascia tradire dalle apparenze, come il Procuratore e il sergente.

Un investigatore è un chirurgo, lui opera tagliando le tracce superflue, che potrebbero essere state lasciate sulla scena del crimine, per beffare gli investigatori.

Elementare Watson!

Quando indagano sulla morte del signor Benson, loro credono che l’assassina sia una donna che ha lasciato certe cosette sulla scena del crimine.

Invece Vance determina con l’aiuto di uno spago e di un metro, l’altezza dell’uccisore che ha sparato con una colt 45.

Dopo la supposta colpevole è scagionata.

C’è una meravigliosa evoluzione dei personaggi: Markham confessa a Vance che spesso le prove materiali possono farci deviare dalla verità! 

Aggiunge che la prova certa, diretta, sicura è quasi sempre impossibile da ottenersi.

A sua volta Heath si sente colpevole di mandare un tale sulla sedia elettrica, lamentandosi che sa soltanto usare la sua logica… che non è uno psicologo, come Vance!

Per il nostro scienziato, le inchieste sono come un gioco, lui si diverte con gli errori costanti dei poliziotti.

Ci dice che la vita sarebbe molto noiosa senza qualche stravagante delitto!

Questo bracco crede nella “psicologia dei criminali”, è capace di guardarli in faccia e capire il loro carattere.

È curioso come nei romanzi sugli investigatori privati, i poliziotti siano inefficienti, come adesso.

Invece nei gialli dei poliziotti è esattamente il contrario.

I metodi di inchiesta di Philo Vance e quelli di Nero Wolfe, Maigret e Sheridan, dovrebbero essere insegnati nelle scuole di polizia.

Indovinello: sapete come si chiama il libro del padre fondatore della criminologia Dr. Hans Gross? 

Risposta: “Psicologia Criminale”. 

Bingo Philo Vance!

Arch. Roberto Steneri