35 anni fa Ismail Serageldin, allora vicepresidente della Banca Mondiale, affermò che “se le guerre di questo secolo sono state combattute per i giacimenti di petrolio, quelle del secolo venturo si combatteranno per il controllo dell’acqua”.

Per “guerre dell’acqua” si intendono i conflitti finalizzati al controllo delle risorse idriche, anche se a volte i contrasti legati alla fruizione dell’acqua si intrecciano con altri fattori di inimicizia, come le rivalità etniche e le lotte per conquistare l’egemonia politica ed economica in una determinata area; dunque i conflitti per il controllo dell’acqua (denominata “l’oro blu”, in opposizione al petrolio che è “l’oro nero”) sono destinati a intensificarsi nei prossimi decenni?

Ricordiamo anzitutto l’aumento costante della popolazione mondiale, ma anche la progressiva diminuzione delle risorse idriche utilizzabili causata dall’inquinamento, dal cambiamento climatico e dagli sprechi (ad esempio la rete idrica italiana è un colabrodo che disperde percentuali ingentissime dell’acqua trasportata); ciò premesso, come sempre alcuni numeri ci aiuteranno a inquadrare la questione.

Vista dallo spazio è facile definire la Terra “il pianeta azzurro”, perché circa il 70% della sua superficie è coperta da acque, ma secondo un rapporto pubblicato nel 1997 dalla Banca Mondiale il 97% di quest’acqua è salata, quindi inutilizzabile (salvo costose trasformazioni) per dissetare esseri viventi o per l’agricoltura; del restante 3%, il 2,60% è imprigionata in ghiacciai e nel sottosuolo, cosicché appena lo 0,40% è disponibile a fini pratici, e di questa solo una piccola percentuale si trova in Medio Oriente, una regione già esplosiva per tanti altri motivi economici (petrolio), politici (conflitto arabo-israeliano) e religiosi (rivalità tra musulmani sciiti e sunniti).

In particolare, i fiumi Tigri ed Eufrate attraversano Paesi purtroppo già molto presenti nelle cronache per altri conflitti, come Turchia, Siria, Iran e Iraq.


Inoltre quasi il 40% della popolazione mondiale vive in comprensori fluviali condivisi tra almeno due paesi: ad esempio Bangladesh e India si contendono il Gange, Stati Uniti e Messico si fronteggiano sul Colorado e dopo il passaggio in Austria il Danubio, nato in Germania, segna il confine prima tra Slovacchia e Ungheria e poi tra Romania e Bulgaria.

Ma soprattutto nell’incandescente Medio Oriente i conflitti legati all’uso dell’acqua incideranno sui futuri assetti economici e quindi politici.

L’Egitto è un tipico esempio delle difficoltà che affliggono i Paesi in impetuosa crescita demografica ma con fonti limitate di approvvigionamento idrico sul loro territorio: il Nilo, il fiume che ha segnato la sua storia, è formato dalla confluenza a Khartum, capitale del Sudan, del Nilo Bianco, che nasce nel Burundi, e del Nilo Azzurro, la cui sorgente si trova nell’Etiopia nord-orientale.

Prima di sfociare nel Mediterraneo il Nilo, da cui dipendono ampiamente per la loro sussistenza quasi 60 milioni di egiziani, attraversa ben 10 Paesi.

È evidente il grave potere di ricatto che i Paesi ove si trovano le sorgenti dei fiumi possono esercitare sui loro vicini a valle.

Il controllo dell’acqua svolge un ruolo importante anche nel conflitto tra Israele e palestinesi, che asseriscono diritti storici sulle sorgenti che dalle falde acquifere in Cisgiordania scendono seguendo il loro corso naturale in Israele, che ne fa uso.

Nel panorama mondiale dell’idropolitica – ossia l’utilizzo dell’acqua a fini politici e militari – non poteva mancare la Cina, dove nascono tutti i fiumi che attraversano il sud-est asiatico, corsi d’acqua vitali per centinaia di milioni di persone che vivono fuori dei confini della Repubblica popolare cinese.

Il fiume Mekong percorre sei Paesi a valle della Cina, quattro dei quali (Tailandia, Cambogia, Laos e Vietnam) si riuniscono periodicamente nella “Mekong Commission”; la Birmania sta riflettendo se aderirvi ma la Cina, mantenendo la sua tradizionale riluttanza a divulgare qualsiasi tipo di dati, finora ne è rimasta fuori preferendo le trattative bilaterali.

A maggio del 2006, dopo aver trasferito altrove ben 10 milioni di persone, in Cina fu ultimata la diga detta delle Tre Gole, costruita sul Fiume Azzurro nella provincia di Hubei per produrre energia elettrica

Lunga 2.310 metri, è la seconda diga più grande al mondo e ospita la centrale idroelettrica più potente del pianeta, che copre addirittura il 3% del fabbisogno energetico cinese.

Ma per i Paesi belligeranti l’acqua può essere non solo la causa di conflitti, bensì anche un obiettivo e un’arma.

Il controllo dei fiumi è una delle più tattiche belliche più efficaci: nel 2014, al culmine dell’espansione del cosiddetto stato islamico in Medio Oriente, i jihadisti attaccarono l’esercito iracheno che proteggeva la diga di Haditha, il secondo maggior impianto idroelettrico iracheno dopo quella di Mosul, un centinaio di km a sud-ovest di Bagdad.

L’obiettivo era chiaro: conquistare la diga, o anche solo danneggiarla, avrebbe lasciato al buio e sott’acqua ampie aree dell’Iraq.

Fortunatamente nell’autunno dello stesso anno il governo iracheno espulse i jihadisti dall’area intorno alla diga, riprendendone il controllo.

Nel 1972 gli Stati Uniti bombardarono le dighe che controllavano le risaie nordvietnamite e dopo l’annessione russa della Crimea l’Ucraina minacciò di costruire una diga che avrebbe interrotto l’erogazione dell’acqua potabile alla penisola.

Un Paese di cui oggi si parla molto nella geopolitica mondiale è la Turchia, dove nascono il Tigri e l’Eufrate e che pretende di esercitare il diritto discrezionale di sfruttare le risorse idriche nel proprio territorio, che però le viene contestato dagli altri Paesi (Iraq e Iran) in cui i due corsi d’acqua proseguono il loro percorso verso lo sbocco nel Golfo Persico.

L’obiettivo delle 140 dighe costruite sui due fiumi negli ultimi decenni dalla Turchia, che hanno ridotto di un terzo i flussi idrici verso gli altri due Paesi, verosimilmente non è solo la gestione delle risorse idriche, ma anche il controllo del territorio culla storica dall’etnia ribelle e nemica acerrima dei turchi: i curdi.

Forse nel lungo periodo per il “sultano” Erdogan l’idropolitica potrà essere un’arma ancora più contundente dei carri armati e degli aerei per influire sugli eventi ai bollenti confini turchi.

Dunque nel groviglio di interessi economici legati al petrolio, di rivalità etniche e di scontri religiosi nella polveriera mondiale del Medio Oriente, il controllo delle risorse idriche sempre più scarse diventerà un ulteriore fattore di scontro, che se non interverranno difficili accordi inevitabilmente prima o poi dovrà concludersi con un vincitore e un perdente.

Ma più in generale, come dicevo all’inizio, da una parte il costante aumento della popolazione e dall’altro la diminuzione per vari motivi della quantità di acqua disponibile finiranno per acuire il problema.

In Italia, ad esempio, sarebbero necessari ingenti investimenti per evitare gli sprechi riparando le vecchie reti usurate, ma come sempre mancano i soldi e i governi sono costantemente sotto pressione per accontentare le esigenze più immediate (ma non sempre le più ragionevoli) dei votanti.

Quasi ovunque manca anche una rigorosa sensibilizzazione per evitare gli sprechi individuali, che sommati tra loro raggiungono quantità considerevoli.

Le strade per attenuare il problema sono essenzialmente due: il riuso nell’irrigazione delle acque reflue e la desalinizzazione delle acque marine.

In entrambi i campi il Paese leader mondiale è Israele, uno dei Paesi più aridi del mondo, che ricattura e destina all’irrigazione l’86% dell’acqua che esce dai tubi di scarico, seguito dalla Spagna con il 19%.

LE GUERRE PER L’ACQUA

Il 55% dell’acqua usata in Israele per usi domestici proviene dalla desalinizzazione dell’acqua marina.

Guardando più vicino a noi, secondo un articolo di El País, da cui ho tratto questi dati, la desalinizzazione è cruciale per l’economia delle Canarie.

Il primo impianto di dissalazione d’Europa, importato di seconda mano dalla base militare statunitense di Guantánamo a Cuba, iniziò l’attività a Lanzarote nel 1964.

Tempo fa il direttore dell’impresa idrica Canaragua dichiarò a El País: “La dissalazione è fondamentale per la vita delle Canarie, altrimenti non avremmo potuto accogliere 16 milioni di turisti all’anno.”

Tutta l’acqua consumata a Lanzarote proviene dalla dissalazione ed a Gran Canaria l’86% dell’acqua destinata al consumo umano è dissalata.

Tenerife è più ricca di risorse idriche naturali, ma l’acqua dissalata comunque copre il 47% del consumo delle famiglie.

Ma non tutti i Paesi dispongono di coste tanto estese e possono ricorrere a questa risorsa: il problema resta di difficile soluzione per quelli che per approvvigionarsi di acqua dipendono da fiumi le cui sorgenti si trovano nel territorio di altri Stati, e che quindi col diminuire del prezioso elemento potrebbero trovarsi esposti a pesanti ricatti ed alla difficile scelta se subirli o reagire.

Francesco D’Alessandro