Juan Ignacio Royo ci aiuta a capire perché l’eccesso è il sistema immunitario della misura, in un delizioso piccolo saggio-racconto su un carnevale finito male, quello in cui Rafael Amargo, stella del flamenco a metà fra Roberto Bolle e Fabrizio Corona, mandò in corto circuito l’anima tinerfeña.

Si arrivò a discutere al juzgado, niente meno che la legittimità della follia del carnevale, il che a Tenerife è un notizione.

Royo, coinvolto in prima persona nella vicenda, scrive con una penna elegante e leggera, un’apologia dell’eccesso congenito del carnevale partendo dall’antica Roma, dal significato profondo dei riti di trasgressione-liberazione, adottando una struttura letteraria che tradisce una profonda conoscenza dei classici.

Lo consiglio vivamente a tutti i librofili (Un carnaval amargo, di Juan Ignacio Royo, ediciones IDEA).

Un dato certo sull’incertezza e pericolosità dei tempi in cui viviamo, è che non c’è intelligenza al timone.

Nemmeno possiamo stupircene dato che la storia è un susseguirsi di lupi e agnelli che si confrontano in una selezione naturale giocata con le regole dei lupi.


Hace falta, come si dice qui, che le creature morali, dotate del senso della misura se tomen en serio l’affermazione dei propri principi, almeno quanto gli imbecilli avidi e guerrafondai fanno con i loro.

Stiamo spegnendoci lentamente dentro una bolla per pesci rossi in cui confondiamo diligenza con moralità, appiattimento con sicurezza, pigrizia con riposo.

Royo prende spunto dalla consapevolezza degli antichi che, rivoltare gli equilibri portanti della società e mischiare sacro e profano, fosse un modo di prendere atto della coabitazione di demoni e santi alla radice della natura umana.

Un carnevale inteso come diversione innocente, non è un carnevale.

I riti dionisiaci dei pagani celebravano la connessione inattaccabile fra sesso e ebbrezza come via per infrangere il limite dentro il quale ognuno gira la sua rotella come un criceto, e tutto funziona.

Il carnevale, secondo l’autore, è un attimo di consapevolezza estrema, un istante di contatto intimo con l’infinito e l’illimitato di cui in qualche modo siamo parte.

Infrangendo ogni regola a cadenze regolari, attraversando ogni limite, conserviamo e celebriamo il diritto di affermarci più liberi, più grandi, più ricchi di gioia e di fantasia, di quanto una società rassicurante e ordinata ci permetta di essere.

Personalmente sposo in pieno la tesi dell’autore.

Non è un caso che quando le bambine hanno iniziato a vestirsi tutte da Saylor Moon e i bambini tutti Pokemon, il mondo attorno a loro aveva iniziato un processo di appiattimento del genio e dell’intelligenza.

Non è un caso che da quando il termine politically correct è diventato di moda, la politica si sia appiattita nel più vile dei negozi, e le grandi idee siano andate in pensione.

La trasgressione è la radice del processo di sperimentazione, intuizione e creazione.

Un’umanità che non trasgredisce in modo sano, in modo libero e sincero, è un panda chiuso nella teca di plexiglass dentro uno zoo, non ha spazi per una spontanea evoluzione.

E tutto ciò che non evolve, invariabilmente, regredisce.

Claudiamaria Sini