Resto su graffiti comparsi sui sentieri di Tenerife con scritte come “Kill a Tourist” o “Fuck Tourists” per ‘rispondere’ ad un articolo sul medesimo tema pubblicato da Leggo Tenerife.
Mi rendo perfettamente conto come certe scritte siano sgradevoli, ripugnanti e non dovrebbero essere sottovalutate.
Ogni invito alla violenza, anche se espresso in forma provocatoria o vandalica, rappresenta un segnale di degrado del dibattito pubblico.
Tuttavia, fermarsi all’indignazione rischia di impedire la comprensione del fenomeno.
L’approccio edenamista suggerisce infatti una distinzione fondamentale: una cosa è il bersaglio contro cui si dirige la rabbia, un’altra è la causa che genera quella rabbia.
Il turista è diventato il simbolo visibile di un disagio molto più profondo.
È il volto che appare davanti agli occhi di chi vede aumentare il costo delle abitazioni, peggiorare la mobilità, congestionarsi gli spazi pubblici, trasformarsi il territorio e dissolversi progressivamente l’identità dei luoghi in cui è cresciuto.
Il problema è che il simbolo viene scambiato per la causa.
La maggior parte dei turisti non ha alcuna responsabilità diretta nelle dinamiche economiche che hanno portato Tenerife alla situazione attuale.
Sono persone che lavorano, risparmiano e desiderano trascorrere qualche giorno di serenità.
Molti residenti stranieri, inoltre, vivono, lavorano e pagano le tasse nelle Canarie da decenni, contribuendo alla vita economica e sociale dell’isola.
Attribuire a loro la colpa significa individuare un nemico immaginario perché il vero responsabile appare troppo lontano, troppo astratto o troppo potente.
È un meccanismo antico quanto l’uomo: quando una comunità soffre, cerca un volto a cui attribuire la propria sofferenza.
Questo non rende accettabili i graffiti.
Ma aiuta a comprenderli.
Nella prospettiva edenamista, essi assomigliano più a un sintomo che a una minaccia organizzata.
Sono l’espressione scomposta di una popolazione che percepisce di aver perso il controllo del proprio ambiente di vita e che non trova canali efficaci per trasformare il malessere in proposta politica.
Il vero rischio non è il turista che passa sul sentiero di Chinamada.
Il vero rischio è continuare a ignorare le condizioni che generano questa rabbia: la dipendenza economica da un unico settore, la difficoltà di accesso alla casa per molti residenti, la crescita urbanistica senza adeguata pianificazione, la sensazione diffusa che le decisioni vengano prese altrove e da altri.
L’Edenamismo insegna che la felicità nasce dall’equilibrio tra uomo, comunità e territorio.
Quando questo equilibrio si rompe, emergono inevitabilmente tensioni, conflitti e ricerca di capri espiatori.
Per questo la risposta non può essere né la criminalizzazione indiscriminata di chi protesta né la giustificazione di slogan violenti.
Occorre piuttosto riconoscere il disagio reale senza accettare il bersaglio sbagliato.
Perché il turista non è il problema.
È soltanto lo specchio nel quale una società in difficoltà vede riflessa la propria insoddisfazione.
E finché non si affronteranno le cause profonde del malessere, continueremo a cancellare graffiti dai muri senza riuscire a cancellare la rabbia che li ha prodotti.
di Luca Bertagnon
