Regolarizzazione dei migranti: dal caso Canarie emerge una questione nazionale

Un dato che va oltre la burocrazia

Cáritas Diocesana de Canarias, attiva nella provincia di Las Palmas, ha assistito oltre 22.000 persone migranti dal 2021.

Di queste, più del 50% si trovava in situazione amministrativa irregolare.

Una quota rilevante potrà dunque accedere al processo di regolarizzazione straordinaria avviato dal Governo spagnolo.

Il dato, però, non è solo amministrativo, ma soprattutto sociale.

Se una parte così ampia delle persone potenzialmente interessate dalla regolarizzazione proviene dai circuiti dell’assistenza e della fragilità, la questione non è soltanto quante pratiche potranno essere presentate o accolte.

La vera domanda è che cosa accadrà dopo.

Il punto, inoltre, non riguarda soltanto le Canarie.

Il caso di Cáritas nell’arcipelago può essere letto come un segnale locale di una questione più ampia, che investe l’intera Spagna.

Se il processo straordinario potrà coinvolgere centinaia di migliaia di persone, la domanda da porsi non è solo quante usciranno dall’irregolarità, ma in quali condizioni sociali ed economiche entreranno nella regolarità.

Il ruolo di Cáritas e le prime difficoltà

Cáritas chiarisce di non essere una delle entità collaboratrici accreditate da Migraciones per seguire formalmente il procedimento.

Il suo ruolo è quello di accompagnare e sostenere, non di sostituirsi all’amministrazione pubblica.

La maggior parte delle persone assistite dall’ente proviene dall’America Latina, in particolare da Colombia, Venezuela e Cuba.

C’è poi una componente significativa proveniente dall’Africa, soprattutto da Marocco e Senegal.

Il problema più delicato, secondo l’ente, non è soltanto capire chi abbia i requisiti, ma riuscire a raccogliere la documentazione necessaria e a comprendere correttamente la procedura.

In questo ambito, Cáritas individua il proprio spazio di supporto: informare, orientare e aiutare le persone a non perdersi in un percorso burocratico che, per chi vive già in condizioni fragili, rischia di diventare un ulteriore ostacolo.

Dalla regolarità giuridica alla fragilità sociale

Resta però sullo sfondo una questione più ampia, che va oltre il solo passaggio burocratico.

La regolarizzazione può infatti migliorare lo status giuridico di chi oggi vive nell’irregolarità, riducendo invisibilità e ricattabilità.

Questo, però, non garantisce da solo un’uscita reale dalla povertà.

In territori come le Canarie, dove salari bassi, precarietà lavorativa e costo elevato degli affitti pesano già su una parte dei residenti regolari, l’accesso alla legalità amministrativa non coincide automaticamente con una vera integrazione sociale.

È qui che emerge il contrasto più significativo.

Il rischio non è tanto che queste persone restino fuori dal sistema, quanto che vi entrino senza trovare condizioni materiali davvero diverse.

In altre parole, il passaggio potrebbe essere dall’irregolarità alla regolarità, senza una vera uscita dalla fragilità.

Dal caso canario a una questione che attraversa tutta la Spagna

Questo interrogativo, a ben vedere, non si ferma ai confini dell’arcipelago, ma vale per tutta la Spagna. Secondo Cáritas, che richiama il IX Rapporto della Fundación FOESSA (sviluppo degli studi sociali e della sociologia applicata), la situazione amministrativa irregolare interessa in Spagna il 68% delle persone coinvolte in una condizione di esclusione sociale.

La stessa rete Cáritas segnala inoltre che nel 2024 il 47% delle persone accompagnate non aveva ancora una situazione amministrativa regolarizzata.

Dati che rafforzano un punto essenziale: il problema non è solo far emergere l’irregolarità, ma capire quanta fragilità sociale entri poi nella regolarità.

Se una parte importante dei futuri regolarizzati vive già oggi ai margini, tra redditi deboli, precarietà abitativa, lavoro informale o forte dipendenza da reti di assistenza, il vero nodo non sarà soltanto amministrativo, ma sarà sociale.

La questione di fondo, allora, è capire quanti dei potenziali beneficiari della misura, una volta ottenuta la regolarizzazione, riusciranno davvero a costruirsi una stabilità.

Perché uscire dall’irregolarità è un passaggio importante, ma non coincide automaticamente con l’ingresso in una condizione di autonomia economica.

Un passaggio necessario, ma non sufficiente

Per questo la regolarizzazione può essere letta come un passaggio necessario, ma non sufficiente.

Rendere visibili persone che prima vivevano ai margini amministrativi non risolve da sé il problema del lavoro povero, della precarietà abitativa e della debolezza dei percorsi di integrazione.

Il caso di Cáritas Canarias, in questo senso, non chiude il discorso: lo apre e porta alla superficie una domanda che riguarda l’intero Paese.

Quanti dei migranti che potranno essere regolarizzati si trovano già oggi dentro circuiti di fragilità tali da rischiare, anche dopo la regolarizzazione, di restare poveri pur diventando regolari?

La domanda, quindi, non è solo quante persone potranno essere regolarizzate, ma quale spazio reale esista per trasformare quella regolarità in stabilità.

✍️ Italiano alle Canarie

 

 

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