Schiavitù e stregoneria alle Canarie: la verità nascosta dall’Inquisizione spagnola sulle donne africane

Conoscenze proibite: un sapere tramandato sotto oppressione

Un recente approfondimento storico sta riportando alla luce un capitolo poco conosciuto della costruzione sociale delle Canarie: il ruolo delle donne africane schiavizzate, spesso accusate di stregoneria dall’Inquisizione spagnola. Il lavoro della storica Claudia Stella Geremia offre oggi una lettura nuova, critica e documentata di quel passato, contribuendo a ricomporre un tassello fondamentale della memoria dell’arcipelago.

La storica Claudia Stella Geremia, nata in Italia, è specializzata nello studio dell’Inquisizione spagnola, della schiavitù e del ruolo delle donne africane nell’Età Moderna. Ha conseguito il dottorato in Storia Moderna tra l’Università di Firenze e l’Università di Las Palmas de Gran Canaria, ed è attualmente ricercatrice presso l’Università di Venezia. In questo contesto ha studiato il ruolo svolto dalle donne portate con la forza dal continente africano fino all’Arcipelago canario durante l’Età Moderna.

In questo scenario storico, le Canarie ebbero un ruolo rilevante nel commercio di persone schiavizzate, diventando un nodo di passaggio verso l’America e un luogo di arrivo per chi sarebbe stato costretto a lavorare nelle Isole. Dai suoi porti transitarono le navi dirette in America e, in una percentuale minore ma significativa, sbarcarono anche individui destinati al lavoro forzato nelle Isole. Ma quali erano le tradizioni, le vite e la cultura di chi restava? È da questa domanda che è partita la ricerca di Claudia Stella Geremia, concentrata in particolare sulle donne schiavizzate di origine africana accusate di stregoneria dall’Inquisizione spagnola. “Il mio lavoro cerca di restituire centralità all’esperienza delle donne, che nella maggior parte dei casi erano messe a tacere dagli inquisitori e dagli uomini”, afferma.

Una ricerca internazionale

Cos’era l’Inquisizione spagnola

L’Inquisizione spagnola fu un’istituzione fondata nel 1478 dai Re Cattolici, Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, con l’approvazione di papa Sisto IV. Il suo obiettivo ufficiale era mantenere l’ortodossia cattolica, ma nella pratica divenne uno strumento politico e religioso per controllare la società. Fu finanziata e sponsorizzata direttamente dalla Corona spagnola, che ne traeva forza e legittimità, ed ebbe competenza anche nei territori d’oltremare e nelle Isole Canarie.

La ricerca condotta da Geremia pone al centro non solo la dimensione economica della schiavitù, ma soprattutto le biografie dimenticate delle donne che, tra il XVI e il XVIII secolo, vissero in un contesto di oppressione e sospetto costante.

Le Canarie e la Macaronesia furono un laboratorio di preparazione del sistema di schiavitù che poi sarebbe stato esportato in America, sottolinea la storica.

Geremia insiste sull’importanza di dimostrare che le Canarie ebbero un ruolo attivo nel sistema schiavista, non solo come scalo nel traffico di persone, ma anche come luogo di ricezione di migliaia di individui che tentarono di conservare costumi e saperi sotto il controllo dell’Inquisizione spagnola.

Eredità africane nelle Isole

La presenza africana lasciò un segno profondo e riconoscibile nella vita quotidiana delle Canarie dell’epoca, introducendo pratiche culturali che si intrecciarono con quelle locali e sopravvissero nonostante il controllo religioso e sociale.

Alle Canarie, le pratiche sviluppate dalle donne schiavizzate conservavano una forte eredità africana, sia dal Nord sia dall’Ovest, a differenza di altri territori della Monarchia spagnola dove i rituali si erano già cristianizzati. Per i tribunali inquisitoriali il semplice mantenimento di queste tradizioni costituiva già motivo di processo. Gli archivi dell’Inquisizione spagnola, oggi conservati, hanno permesso a Geremia di approfondire le vite delle donne che vissero alle Canarie tra XVI e XVIII secolo.

Colore della pelle e sospetto costante

Le donne schiavizzate accusate di stregoneria vivevano sotto sospetto costante. Un elemento decisivo era il colore della pelle: nei processi inquisitoriali si annotava con precisione quando l’imputata era nera, come nel caso di Catalina, accusata di “negare Dio” e descritta come “nera bozales”. La stessa dichiarò di provenire dalla Guinea, con famiglia originaria della Nigeria, di essere stata trasferita a Capo Verde e infine venduta a Las Palmas de Gran Canaria. “Essere nera, essere schiava o voler ottenere la libertà erano motivi sufficienti per destare sospetti. Quando una donna era bianca, nelle prime pagine del processo non troverai mai scritto Catalina, la bianca”, osserva Geremia.

Le borse mandinga

Una delle scoperte più significative a Gran Canaria riguarda le borse mandinga, provenienti da una cultura dell’Africa occidentale. Si trattava di talismani contenenti immagini di santi, preghiere o pietre di vari colori, usati per protezione o persino per trovare marito nella notte di San Giovanni. “È un aspetto fondamentale. In Brasile, a Cartagena de Indias o a Cuba, l’uso di questi amuleti è ampiamente studiato, ma alle Canarie nessuno ne aveva mai parlato”, spiega Geremia. Questa pratica è tuttora viva in Africa occidentale e a Cuba. Le donne accusate di stregoneria raccontavano di aver imparato a confezionarle da madri o nonne, trasmettendo così un sapere chiaramente africano.

Riti di guarigione e forme sottili di resistenza

L’uso di rituali africani, fusi con altre credenze, giunse fino ai Caraibi, dove sopravvivono figure simili alle santiguadoras canarie, donne che attraverso la preghiera cercavano di guarire i propri cari. Documenti inquisitoriali di Cuba e delle Canarie mostrano molte somiglianze nei riti di guarigione. Geremia ha concentrato la sua attenzione sugli oggetti usati da queste donne, interpretandoli come forme di resistenza culturale: amuleti, talismani e strumenti di divinazione che rivelano un mondo spirituale complesso e la capacità di adattamento. “Le abilità manuali e le tecniche curative di queste donne costituivano un sapere specifico per la società canaria dell’Età Moderna”, sottolinea.

Il valore decisivo degli archivi canari

Per sostenere queste conclusioni, la storica consulta da anni gli archivi conservati al Museo Canario di Las Palmas de Gran Canaria. A differenza di altri territori della Corona, dove gran parte della documentazione è andata perduta, a Gran Canaria i processi inquisitoriali si sono mantenuti integralmente. Geremia iniziò le sue ricerche in Sicilia sulle streghe durante la dominazione spagnola e, nel confronto con le Canarie, rimase sorpresa dalla ricchezza del materiale: “Quando sono arrivata al Museo Canario mi sono accorta che c’era un’enorme quantità di lettere e processi nella versione integrale, cosa che nessun altro territorio della Monarchia possiede. Per questo è prezioso”.

✍️ Italiano alle Canarie

Appendice: attendibilità e fonti

Le ricerche di Claudia Stella Geremia sono supportate da fonti archivistiche conservate al Museo Canario e riconosciute in ambito accademico internazionale. Le principali pubblicazioni che confermano i contenuti trattati sono:

  • Geremia, C. S. V. (2020). Islas Canarias: mujeres, brujería y prácticas rituales de una sociedad atlántica. Revista de Estudios Canarios.
  • Geremia, C. S. V. (2023). Huellas de brujería africana (siglos XVI-XVIII). Tesi di dottorato, Universidad de Las Palmas de Gran Canaria.
  • Geremia, C. S. V. (2024). El legado de las mujeres africanas en las colonias atlánticas. Universidad de La Plata.
  • La cultura material e inmaterial de Canarias a través de la fuente inquisitorial. Revista ARIES, 2022.
  • El País (2023). La historiadora que investiga la brujería africana en Canarias era una forma de resistencia.

Queste fonti confermano il ruolo attivo delle Canarie nel sistema schiavista, la persecuzione inquisitoriale delle pratiche e la continuità culturale rappresentata da oggetti rituali come le borse mandinga.

 

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