Un’idea per Tenerife, per chi vuole ancora scommettere sull’isola
C’è un modo per continuare a essere grandi, e un modo per cominciare a essere necessari.
Il Loro Parque ha scelto, nel tempo, di essere grande.
È riuscito nell’impresa.
Ma il mondo sta cambiando — e con esso cambiano le aspettative di chi viaggia, di chi educa, di chi cerca nell’esperienza turistica qualcosa che vada oltre lo spettacolo.
Questa è una proposta.
Aperta, pubblica, senza pretese di esclusività.
Un’idea che nasce dall’osservazione del territorio, dalla convinzione che Tenerife meriti qualcosa di più del turismo di massa che l’ha plasmata negli ultimi decenni, e dalla certezza che un parco della vostra dimensione e reputazione abbia gli strumenti — e forse anche il dovere — di guidare questa transizione.
Il problema che tutti vedono e nessuno dice
Tenerife è un arcipelago.
E come ogni arcipelago, è vulnerabile.
Dipende dall’esterno per quasi tutto ciò che mangia, per buona parte di ciò che consuma, per la stabilità di un’economia costruita su due gambe fragili: il turismo e le importazioni.
Sotto l’aspetto turistico, cresce la domanda di esperienze autentiche, di contatto con la natura, di comprensione dei luoghi.
Cresce la stanchezza per i parchi-spettacolo, per le attrazioni che potrebbero stare ovunque, per il turismo che non lascia nulla al territorio.
Cresce, soprattutto, la consapevolezza ambientale: non solo nei visitatori nordeuropei, ma anche nelle nuove generazioni canarie, che chiedono un altro modello.
Il Loro Parque si trova in un momento cruciale.
Ha una reputazione internazionale.
Ha spazio fisico e risorse.
Ha un rapporto consolidato con il territorio.
Può scegliere di restare dov’è — e va benissimo — oppure può scegliere di fare un passo in avanti.
Non uno strappo, non una rivoluzione: un allargamento di sguardo.
L’idea: un Museo Vivo delle Tradizioni e della Natura di Tenerife
L’ispirazione viene da lontano — da Sibiu, in Romania, dove il museo ASTRA ha trasformato un territorio rurale in uno dei più importanti parchi etnografici all’aperto d’Europa.
Un luogo dove la storia non è in una teca, dove la tradizione non è un cartello, dove gli animali non sono uno spettacolo ma parte di un racconto vivo.
L’idea è semplice nella sua architettura: creare, nella zona rurale della Valle dell’Orotava, a mezza strada tra il monteverde e i campi di coltivazione storici — un parco etnografico e naturalistico che racconti Tenerife com’era.
E che aiuti Tenerife a capire com’è, e cosa rischia di perdere per sempre.
Un ecosistema vivo, pedagogico, sensoriale.
Non una ricostruzione scenografica, ma un luogo funzionante: animali veri, orti veri, mestieri veri, persone che lavorano.
Un posto dove si sente l’odore del gofio tostato, dove si sente il raglio di un asino majorero, dove un bambino di città può toccare una capra palmera per la prima volta e capire qualcosa che nessuna schermata gli insegnerà mai.
Cosa conterrebbe questo luogo
Il parco si articolerebbe in più aree tematiche, costruite per rispettare la successione storica e paesaggistica dell’isola.
Si comincerebbe dal mondo prehispanico: una zona dedicata alla civiltà guanche, con ricostruzioni di grotte-abitazione, chozas di pietra vulcanica, aree di ceramica e lavorazione delle fibre vegetali.
La fauna avrebbe un ruolo centrale: la capra guanche, il rapporto spirituale degli antichi isolani con uccelli e rettili, il territorio come entità sacra.
Di notte, un percorso sensoriale tra canti di uccelli e suoni di lucertole tra le pietre.
Si continuerebbe con il villaggio rurale tradizionale — tra Settecento e Novecento — con case, aie, frantoi, forni, corrali, telai, mulini, sistemi di irrigazione.
I mestieri antichi in azione: pastori, fornai, filatrici.
E gli animali da lavoro come veri protagonisti: asini, buoi, cavalli da tiro, maiali neri canari, cani pastore.
Il cuore del parco sarebbe la finca degli animali canari: un’area educativa ed etnografica dove il contatto diretto è possibile, dove si può mungere, nutrire, accarezzare.
Cabras majoreras e palmeras, ovejas lanudas, vacas canarias, presa canario e podenco.
Non uno zoo: una comunità animale che vive, lavora e insegna.
Un sentiero della vita rurale attraverserebbe il parco collegando le diverse stazioni: bancali coltivati, fonti, aree di trebbiatura, vigne, corrali.
Con dimostrazioni vive: aratura con i buoi, pastore con il cane, trasporto con l’asino.
Un omaggio al lavoro silenzioso di generazioni umane e animali che hanno costruito Tenerife con le mani.
Ci sarebbe spazio per un erpetario naturalistico, dedicato ai rettili delle zone vulcaniche — il lagarto tizón, le salamanquesas, i gechi — con pannelli educativi sul loro ruolo ecologico e la loro presenza nella tradizione popolare.
E un aviario semiaperto per le specie autoctone e migratorie dell’isola: palomas rabiche e turqué, pardelas, aves rapaces.
Non gabbie: habitat.
Infine, un’area culturale e gastronomica per le feste tradizionali — la vendemmia, la transumanza, la festa del gofio, la matanza simbolica — con un comedor campesino, un anfiteatro all’aperto, una bottega di prodotti artigianali e agricoli, un’aula didattica per le scuole.
Il ruolo del Loro Parque in tutto questo
Non si chiede al Loro Parque di gestire questo progetto da solo.
Si chiede qualcosa di più prezioso: di crederci, di partecipare, di mettere il proprio nome e le proprie competenze a fianco di un’idea che può diventare un modello per l’intero arcipelago.
Le sinergie sono evidenti.
Una navetta turistica tra Puerto de la Cruz, il Loro Parque e il parco etnografico.
Biglietti combinati.
Progetti condivisi di conservazione animale — dove l’expertise del Loro Parque in materia veterinaria e scientifica sarebbe un valore enorme.
Formazione congiunta del personale educativo.
Il visitatore che oggi sceglie il Loro Parque per vedere pappagalli e orche potrebbe scegliere domani di aggiungere una mezza giornata in un luogo che gli racconta l’isola vera.
Quello che gli isolani mangiavano.
Come vivevano.
Quali animali li accompagnavano.
Cosa Tenerife era prima di diventare un set turistico.
Perché adesso?
Perché i tempi sono quelli che sono.
Perché l’incertezza globale spinge verso la resilienza locale.
Perché un arcipelago che vuole sopravvivere alle crisi che vengono — logistiche, climatiche, geopolitiche — deve recuperare un rapporto con la propria terra, con la propria tradizione, con la propria identità.
Il turismo può essere un alleato di questo recupero, non il suo contrario.
Ma solo se smette di essere pura estrazione e diventa partecipazione, racconto, custodia.
Il Loro Parque ha la dimensione per fare tutto questo.
Ha la visibilità.
Ha la credibilità.
Quello che manca — e che speriamo questa lettera possa contribuire ad accendere — è la volontà di allargare lo sguardo oltre i recinti che già conosce.
Tenerife aspetta.
La terra è lì, in buona parte incolta, silenziosa, in attesa che qualcuno la torni a trattare con rispetto.
Un’idea di Luca Bertagnon per Leggo Tenerife
