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    RESILIENZA O RESISTENZA?

    Vocabolario tascabile della neolingua sanitaria.

    Garzanti alla mano, la resilienza è la capacità di un metallo di resistere agli urti senza spezzarsi.

    Applicata alle persone, la capacità di assimilare i traumi e andare avanti.

    Non è dunque un caso che sia diventata improvvisamente di moda relativamente da poco.

    Quando una dittatura scalda i motori, l’ipnosi delle parole ripetute senza sosta spazza strade giornali e reti televisive per attraversare le nostre menti e fare di noi ripetitori inconsapevoli del nuovo catechismo.

    Di questo catechismo RESILIENZA è una delle parole chiave.


    Resiliente è chi subisce lo shock del lock down ma impara a fare le torte e canta al balcone.

    Resiliente è chi perde persone care per disposizioni sanitarie assurde ma torna al lavoro con mascherina e senza scandali.

    Resiliente è chi chiude l’attività di una vita soffocato dalle chiusure a singhiozzo, trova lavoro in una città mercato, infila gli incassi ogni 15 minuti nel tubo che li aspira negli uffici al primo piano, sopravvive senza sogni e senza rabbia. Rinuncia a sapere chi riceva quel denaro e perché la sua attività ingloba molte più persone di una bottega ma non è stata chiusa.

    Garzanti alla mano, RESISTENZA significa invece, “azione di resistere –(ma soprattutto)- capacità di resistere”

    Capacità? Autostima? Consapevolezza? Determinazione? Azione?

    Fermiamoci qui perché stanno già indossando elmetti e scudi antisommossa nella caserma all’angolo.

    La forza di sceglierci una connotazione e vivere o morire per amore di ciò che siamo sono attitudini che devono essere dismesse senza clamore in attesa che si possano mettere decisamente al bando.

    Resistenza è reggere la botta della palla del cannone e farla cadere in testa al cannoniere sotto le mura.

    Resistenza è legare a una fune le statue dei tiranni e tirarle giù per ballarci intorno.

    Resistenza è il semplice non assecondare, è disubbidienza civile, è il NO comunque espresso.

    Quindi NO.

    Resilienti è meglio di no.

    Per questo, resistente è una parola latitante che non si sente più tanto, potrebbe essere facilmente usata in tutte le frasi in cui incontriamo la parola resilienza perché si può resistere al dolore, alle difficoltà, alle disillusioni, senza assorbirle, senza permettere che ci attraversino.

    Si può essere all’altezza della situazione come soggetti attivi e non passivi delle difficoltà.

    Resistere è rifiutarsi di incassare il colpo.

    Resistere è imporre i colori della nostra mente a chi cerca di cancellarli.

    Resistere è impedire che sfondino il ponte levatoio e si impadroniscano del castello.

    Resilienza è assumere il danno come dato di fatto e trovare una strategia per viverci insieme.

    A Santa Cruz lo scorso febbraio, RESILIENZA è stato sorvolare sulla sospensione del secondo carnevale al mondo dopo quello di Rio de Janeiro e vestirsi a maschera per ballare soli al balcone.

    La dignità di una persona di coscienza richiede in realtà di onorare il lutto di un carnevale triste se si approva la sua cancellazione o di scendere per strada e far esplodere il carnevale se si obietta alla validità della stessa.

    Resiliente è chi fa un pochino di quarantena e un pochino di carnevale, né libero, né allegro, né coraggioso né sottomesso ad altro che alla propria spontanea acritica mitezza di resiliente volontario.

    Attitudine perfetta per i sudditi della nuova normalità racchiusa in una semplice parola da fermare alla frontiera della nostra intelligenza e rispedire al mittente senza un attimo di esitazione.

    Resistenti: sempre.

    Resilienti: Mai.

    Claudia Maria Sini

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