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    Il covid visto da vicino

    Conversazione con il Dottor Alessandro Longobardi sopravvissuto a 24 giorni di intubazione in Candelaria.

    Redazione: lei ha sempre sostenuto che le politiche adottate per fronteggiare la pandemia fossero inadeguate ed è uno strenuo sostenitore delle terapie domiciliari.

    Se guarda indietro alla terribile esperienza vissuta, restano intatte le sue convinzioni?

    A.L.: In realtà la sto ancora vivendo, il COVID, nelle forme più gravi, lascia uno strascico lungo e impegnativo, la cosiddetta síndrome del “long covid”, che richiede tempo e sacrificio per riconquistare una condizione ottimale, ma in realtà l’esperienza vissuta conferma e rafforza le mie precedenti affermazioni.

    Redazione: in che senso?

    A.L: Ho sempre sostenuto che la verità stia nel mezzo.


    Se da un lato è pura follia negare l’esistenza di una epidemia influenzale dalle caratteristiche anomale e potenzialmente molto pericolosa, dall’altro c’è un gran tafferuglio di cattiva informazione e interessi particolari che hanno prodotto un’immagine distorta del fenomeno reale che, a questo punto, conosco approfonditamente non più solo come medico, ma anche come paziente, letteralmente tornato indietro dalla morte grazie all’eccezionale staff della UCI di Candelaria.

    Redazione: Riassumendo, come è stata la sua esperienza e perché rafforza le sue convinzioni?

    A.L.: Fin dall’inizio sono fautore della terapia domiciliare ma NON del protocollo ufficiale applicato dai medici di famiglia in Italia e largamente anche in Spagna.

    Sono membro di un gruppo di medici, “gli amici di Ippocrate”, che si trasmettono studi di luminari di tutto il mondo e dati statistici delle loro esperienze sul campo, basandosi sulla realtà concreta e sul risultato ottenuto di fatto: riconsegnare alla propria vita e alla propria famiglia i pazienti senza traumi sociali smisurati e senza grandi campagne mediatiche.

    Il mio caso conferma che solo in casi peculiari si rende necessario il ricovero o peggio ancora il coma farmacologico e l’intubazione.

    Dal marzo del 2019 ho curato ben oltre cento malati e, esattamente come i colleghi con i quali ho lavorato in rete, posso affermare con sicurezza che se non vi sono ben precise condizioni predisponenti, solo il 3% dei pazienti, può presentare un quadro di deficit respiratorio che richiede il ricovero ospedaliero.

    La maggior parte di loro, torna a casa dopo alcuni giorni di ossigenoterapia per via nasale e la stessa terapia farmacologica che seguivano in casa.

    L’intubazione è necessaria solo in caso di terapia tardiva o errata prima del ricovero in pazienti con condizioni immunitarie deficitarie.

    Redazione: E nel suo caso come è stato possibile arrivare a un quadro che lei stesso ha definito molto grave?

    A.L.: A seguito di un incidente, la frattura di due costole causò una grave perforazione della pleura e del polmone con conseguentemente deficit respiratorio.

    Sciaguratamente al primo ricovero al Mojon, nessuno è stato in grado di fare la diagnosi corretta e sono arrivato al reparto UCI di Candelaria in ritardo e in condizioni molto gravi.

    Ignoro come nei dieci giorni successivi sono entrato in contatto con il virus, ma la rapidità e la violenza del decorso confermano al 100% la mia tesi.

    Servono condizioni predisponenti ben specifiche perché la potenziale pericolosità del virus possa esplodere.

    Redazione: ma infine, il mostro visto da vicino, com’è?

    A.L.: Premetto che il mio caso è stato oggetto di una conferenza a Madrid perché sono il primo paziente  sopravvissuto in Candelaria ad un deficit respiratorio di oltre il 75% in entrambi i polmoni, pertanto sarebbe inesatto dire che chiunque venga ospedalizzato vivrebbe una esperienza uguale.

    C’è coma e coma e in alcuni casi il paziente superata la fase riabilitativa, torna a casa guidando la propria macchina e passa dal Mercadona.

    Nel mio caso, ho sperimentato la cosiddetta sindrome del “long covid” che interviene solo dopo lunghissimi tempi di intubazione ed è una conseguenza incrociata della debilitazione dovuta al virus, ma soprattutto al fatto che il recupero dal coma farmacologico può creare problemi neurologici e muscolari che richiedono tempi di riabilitazione che vanno dalle sei settimane a un anno.

    Nel mio caso sono stati necessari due mesi pieni di sedute di riabilitazione motoria e, ribadisco una volta ancora:

    chi nega in assoluto che ci confrontiamo con un virus che apre scenari nuovi nella medicina è in errore almeno quanto chi nega che l’immenso impatto sociale della vicenda COVID sia figlio in buona misura del tandem, politica/medicina, mai visto prima, che ha blindato scelte terapeutiche errate come un dogma religioso benché abbiano dato fin dapprincipio, risultati disastrosi.

     

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