Non so se la lettura de “I promessi sposi” sia ancora inclusa nel programma scolastico; personalmente non trovo in questo romanzo quella grande qualità letteraria che gli sentivo attribuire quando ero studente… forse i motivi di tanta lode non erano letterari ma ideologici… ma non divaghiamo: oggi non parleremo di letteratura, ma di epidemie.

Infatti secondo me la parte migliore del romanzo è proprio la descrizione della terribile pestilenza che imperversò a Milano intorno al 1630.

Se non avete il tempo di leggere l’originale (ma sarebbe consigliabile), in questi due link:

https://promessisposi.weebly.com/capitolo-xxxi.html

https://promessisposi.weebly.com/capitolo-xxxii.html

troverete una sintesi esauriente dei capitoli 31 e 32, in cui Manzoni descrive la spaventosa epidemia; in queste settimane, in cui il contagio di coronavirus domina i titoli di giornali, radio e TV, può essere una lettura molto istruttiva per comprendere le analogie tra i meccanismi psicologici e politici in epoche storiche diverse.


F. Gonin, Il cardinale e gli appestati

Ma come si diffuse in Europa quella tremenda pestilenza?

Nell’esercito tartaro, che nel 1347 assediava la città di Caffa, scalo commerciale dei mercanti genovesi in Crimea, si diffuse la peste, endemica in Asia.

Non riuscendo a espugnare la città il generale tartaro decise di spargere la malattia anche fra gli assediati ricorrendo all’arma batteriologica, cioè lanciando con catapulte dentro le mura cittadine i cadaveri dei soldati morti appestati. Ma nemmeno così i tartari decimati dall’epidemia riuscirono a vincere la resistenza dei genovesi, che tolto l’assedio rimisero in mare le loro navi cariche di sete e spezie orientali, ma anche di topi e marinai infetti.

G. Previati, I monatti all’opera

Il primo scalo fu la capitale dell’impero bizantino Costantinopoli (l’odierna Istanbul), dove la peste scoppiò a settembre 1347 diffondendosi da lì in Grecia, Turchia, Cipro, Egitto e Siria.

All’inizio di ottobre 1347 le 12 navi genovesi salpate da Costantinopoli raggiunsero Messina, dove bastarono pochi contatti fra gli equipaggi già gravemente ammalati e la popolazione perché l’epidemia dilagasse in Sicilia e Calabria.

F. Gonin, Il carro coi morti

La flottiglia, cacciata da Messina dopo pochi giorni, proseguì verso Genova, dove le fu rifiutato l’ingresso in porto; si diresse allora verso l’ignara Marsiglia, che raggiunta e infettata all’inizio di novembre spalancò definitivamente alla peste l’ingresso in Europa, dove la malattia rimase in forma endemica per più di tre secoli.

Un altro veicolo di diffusione della peste furono le carovane di mercanti che percorrevano l’allora frequentatissima via della seta tra Asia ed Europa; in conclusione, si può dire che le ricorrenti pestilenze furono una spiacevole conseguenza dell’espansione del commercio eurasiatico iniziata nel 14° secolo.

G. Scarpati, Il carro coi morti

A quel tempo infatti il commercio era l’unico motore dei viaggi tra Europa ed Asia, che per la lentezza dei trasporti duravano mesi o addirittura anni; non esisteva il turismo, oggi reso possibile dal benessere economico e da mezzi di comunicazione velocissimi, che al massimo in 24 ore ci portano agli antipodi; e le migrazioni di massa erano conflitti sanguinosi, perché per stabilirsi in un nuovo territorio lo si doveva conquistare vincendo la resistenza armata degli abitanti: uno dei due popoli doveva perire, o nella migliore delle ipotesi i sopravvissuti sconfitti passavano il resto dell’esistenza in schiavitù.

Oggi invece grazie a commercio e turismo i contatti sono intensissimi e rapidi.

Il fulmineo percorso del contagio dalla Cina alla remota isola atlantica de La Gomera ne è un esempio impressionante: una donna cinese residente a Shanghai, infettata dai genitori in visita da Wuhan (epicentro dell’epidemia), poco dopo si recò in Germania per partecipare a un corso di formazione professionale, durante il quale contagiò quattro dipendenti dell’azienda tedesca.

Una di queste quattro persone infettò un familiare, che poco dopo viaggiò in aereo con alcuni amici fino a Tenerife, da dove il gruppetto proseguì in traghetto per La Gomera.

Così, in un’incredibile quanto fulminea concatenazione di eventi e di contatti, il coronavirus è arrivato da Wuhan a una remota isoletta atlantica!

Come 700 anni fa Messina e Genova chiusero i porti alle navi appestate giunte dall’oriente, oggi si cerca affannosamente di isolare città di milioni di abitanti, si vietano porti e aeroporti a persone provenienti da determinate aree e perfino si rifiuta la partecipazione a crociere a chiunque sia stato recentemente in Cina.

Dunque anche nella nostra epoca, sebbene l’igiene incomparabilmente migliorata e i progressi della medicina abbiano sradicato (almeno per ora… perché la storia non cammina sempre solo avanti, ma a volte torna anche indietro) alcune pandemie come la peste, che 4 o 5 secoli fa mietevano milioni di morti, la facilità, frequenza e rapidità dei viaggi moltiplicano enormemente la possibilità di contagi.

Del resto l’epidemia di coronavirus (ridenominato Covid-19 dall’Organizzazione mondiale della sanità) non è una novità: tutti ricordiamo la sindrome acuta respiratoria grave (più nota con la sigla SARS), una malattia virale potenzialmente mortale di ceppo analogo al Covid-19, che colpisce l’apparato respiratorio causando una polmonite atipica con sintomi simili a quelli influenzali.

L’epidemia di SARS, iniziata a novembre 2002 nella provincia cinese di Guandong, si estese a numerosi paesi asiatici e con molto minore frequenza, trasportata in aereo da persone contagiate, anche nell’America settentrionale (un paio di centinaia di casi in Canada) e in Europa (meno di dieci).

Da novembre 2002 a luglio 2003 si infettarono di SARS, prevalentemente in Asia, più di 8.000 persone e ne morirono 775; nella seconda metà del 2003 le misure sanitarie e le quarantene dei malati fermarono il contagio, ma il panico in tutto il mondo fu enorme.

Un’altra drammatica epidemia ancora in corso è il virus ebola, originato in Guinea (Africa occidentale) nel 2014, che fino al 2016, dopo aver contagiato più di 28.000 persone, ha mietuto 11.325 vittime in vari paesi africani ma anche in Italia, Regno Unito, Spagna e Stati Uniti.

Nel 2016 la malattia fu dichiarata sconfitta, ma la denuncia di un nuovo caso il 1° agosto 2018 ha segnato l’inizio ufficiale della decima epidemia conclamata dell’ebola.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità questa nuova epidemia, tuttora in corso, finora ha colpito circa 3.400 persone causando più di 2.200 decessi con un tasso di mortalità del 65%.

Tornando al Covid-19, mentre scrivo (a metà febbraio) dopo poche settimane i morti sono già 1.500, cioè il doppio di tutti quelli causati dalla SARS, e il contagio non accenna a spegnersi.

Le sue implicazioni però non sono solo sanitarie, ma inevitabilmente sconfinano nella politica e nell’economia.

In un mondo ancora depresso dopo la grande crisi finanziaria del 2008 (Leggo Tenerife di novembre 2018), da anni il motore dell’economia mondiale è stata la Cina (L.T. di settembre 2018) con tassi di espansione annua stellari rispetto alla scialba Europa, ma i dazi imposti da Trump sulle sue esportazioni (L.T. di giugno 2019) ne hanno fiaccato l’economia… e ora l’esplosione del coronavirus rischia di darle il colpo di grazia.

È da ingenui sottovalutarlo, perché se si ferma questo motore tutti ne risentiranno: per fare solo un esempio, i 150 milioni di turisti cinesi, che nel 2019 hanno viaggiato all’estero spendendo in media 2.000 dollari a testa, nel 2030 secondo le proiezioni saliranno a 400 milioni!

Risulta dai dati ufficiali pubblicati nel 2019 dall’ENIT che nel 2018 tre milioni di turisti cinesi hanno preferito l’Italia, che così si è piazzata al primo posto tra le loro destinazioni europee.

Sono numeri già imponenti e con ampi margini di miglioramento, ma ora tutto si è repentinamente fermato per chissà quanto tempo.

L’epidemia di Covid-19 è esplosa proprio nell’imminenza del Capodanno cinese, quando tradizionalmente centinaia di milioni di cinesi si mettono in viaggio per visitare i parenti in altre città, ma questo flusso imponente di viaggiatori – e di denaro – è stato bloccato dal divieto di lasciare i luoghi di residenza imposto delle autorità. Vediamo in tv che gli abitanti dei luoghi colpiti praticamente vivono segregati in casa… i negozi deserti non vendono, non incassano e non inviano più ordini alle fabbriche, che così sono costrette a interrompere la produzione.

Alberghi e ristoranti restano desolatamente vuoti; decine di compagnie aeree hanno cancellato migliaia di voli; e i bilanci delle aziende di tutti i settori fatalmente ne risentiranno, così come le loro quotazioni in borsa e soprattutto i prodotti interni lordi nazionali, scrutati spasmodicamente dagli operatori finanziari come se fossero sentenze divine che decretano la continuazione o la fine del mondo.

Tutto questo non è ancora stato ufficializzato dagli indici economici, che ne risentiranno solo quando all’inizio di aprile i computer macineranno i numeri del primo trimestre 2020.

Intanto a dicembre, ancora prima che scoppiasse l’epidemia, la produzione industriale tedesca era già crollata del 3,50% rispetto a novembre e del 6,80% da dicembre 2018… una mazzata anche per gli esportatori della meccanica italiana, per i quali la Germania è il principale cliente… le pessime notizie arriveranno ad aprile, quando le conseguenze dell’epidemia saranno ufficializzate dagli indici del 1° trimestre.

Infine queste dinamiche economiche si ripercuoteranno sulla politica, probabilmente rafforzando la posizione di Trump nel negoziato sui dazi con la Cina e con l’Europa, entrambe debilitate, ma anche frenando i piani di espansione politica e commerciale internazionale del colosso asiatico tramite il progetto della Nuova Via della Seta, di cui parlavo nel L.T. di settembre 2018.

Probabilmente per rianimare l’economia le Banche centrali, a cominciare da quella cinese, dovranno pompare liquidità e abbassare il tasso d’interesse, ma in questo caso sarebbe inevitabile un’altra bolla finanziaria.

Avanzare ipotesi è estremamente arduo, dipendendo gli sviluppi, tra i tanti altri fattori, dall’imprevedibile durata e ampiezza del contagio del Covid-19, ma sicuramente i contraccolpi sull’economia mondiale saranno pesanti e duraturi.

Francesco D’Alessandro