La sindaca, la ministra, la assessora, la presidenta.

Se una certa carica è ricoperta da un essere umano di sesso femminile il sostantivo viene immediatamente declinato al femminile.

Tra l’altro, in maniera ridicola: si sostituisce con una “A” la “O” finale.

Una evidente scemenza.

Il femminile di imperatore è imperatrice, quello di dottore dottoressa, nessuna persona normale dice “dottora” o “imperatora”, per ora, naturalmente.

La moda della sessualizzazione con la A dei nomi porta a risultati semplicemente ridicoli.


L’aggettivo “imbecille” diventa “imbecillo” se riferito ad un maschio ed “imbecilla” se riferito ad una femmina? Una “guardia carceraria” di sesso maschile diventa un “guardio carcerario”?

Io sono “possessore” di un immobile, mia moglie ne è la “possessora”?

E come la mettiamo coi plurali?

Anche chi usa il termine “assessora” parlando di un assessore di sesso femminile, usa per il plurale il termine “assessori”.

Dice: “gli assessori della tal giunta…” eccetera.

Ma, un simile uso è scorretto e profondamente maschilista.

Si dovrebbe dire: “gli assessori e/o le assessore della tal giunta…” bello vero?

E come si fa per i nomi astratti?

Perché dire “il coraggio” o “la giustizia”?

Forse che ad essere coraggiosi sono solo gli uomini?

O ad essere giuste le sole donne?

A parte ogni considerazione linguistica o grammaticale, il linguaggio si è formato in una lenta evoluzione storica.

E’ vero che la declinazione di certi nomi è stata influenzata dal fatto che a ricoprire certe cariche erano un tempo per lo più uomini, o, sul versante opposto, donne.

Ma proprio grazie all’evoluzione del linguaggio questo legame si è allentato fino a scomparire.

Oggi si dice, ad esempio, “ministro” sapendo benissimo che si tratta di un nome neutro, indicante una carica che può essere ricoperta sia da maschi che da femmine.

Senza costruire a tavolino, in maniera arrogante ed autoritaria, una neo lingua orribile e ridicola.

Le femministe linguistiche pensino al burka piuttosto!

Giovanni Bernardini